8 Maggio 2009
Attualità:
Il papa parlerà a Betlemme nel campetto vicino alla scuola. E voi non sapete tante cose
Non è certo perché la scrivo io, questa nota, che dovreste assolutamente leggerla - non solo leggerla, dovreste anche segnalarla, divulgarla, farla leggere a tutte le persone che conoscete, quali siano la loro estrazione culturale o le loro idee politiche -. No. E' perché questa nota spiega, nel suo piccolo, come non funziona l'informazione in Italia. E un paio di altre notizie che forse dovreste proprio sapere.
Ora. Sapete tutti che il Papa da domani è in visita in Terrasanta. Come potreste non saperlo? Dovreste vivere senza avere a che fare con mezzi di comunicazione, per non saperlo.
Quello che non sapete, forse, è che il Papa dovrebbe visitare l'Aida Camp (uno dei tre campi profughi di Betlemme). E quello che proprio non potete sapere, perché nessuno ve l'ha raccontato, è che il Papa avrebbe dovuto sedere subito sotto al muro di separazione di Betlemme, per volontà dei profughi dell'Aida Camp.
E non potete sapere nemmeno che i politici israeliani erano decisamente contrari a questa iniziativa. Difficile che abbiate ricevuto queste informazioni, a meno che non abbiate visto questo filmato. Ed è molto difficile che l'abbiate visto: l'ho girato e montato io, e l'unica visibilità che ha avuto è quella di Youtube e di Facebook, nonostante io l'abbia segnalato a parecchi potenziali interessati. Nel video si spiega che il motivo di questa volontà da parte dei palestinesi del campo è di mostrare a tutto il mondo il muro. Capiscono a sufficienza di comunicazione, i palestinesi, per sapere che impatto mediatico avrebbe l'immagine di Benedetto XVI accanto al Muro di Separazione.
Ma tutto questo, voi, non lo potete sapere.
Invece, se avete seguito un telegiornale poco fa (il Tg2, per esempio) avrete invece ricevuto un'altra informazione. Vi sarà stato detto, oltre a informarvi sulle imponenti misure di sicurezza che accompagneranno il Papa, che, di comune accordo (fra israeliai e palestinesi), il Papa terrà il suo discorso in un campetto vicino alla scuola dell'Aida Camp di Betlemme. Questo vi sarà stato detto.
Poiché ho una grande stima dei lettori che passano da queste parti, so che le conclusioni le avrete già tratte. So anche che probabilmente qualcuno di voi sorriderà come se avesse letto qualcosa di ovvio. Pazienza. Lasciatemi trarre le conclusioni comunque, e poi parliamone.
Se avete letto questa breve nota (e visto il video) saprete un paio di cose in più:
1) saprete che no, non c'era un comune accordo;
2) saprete che ovviamente il motivo per cui l'autorità israeliana non ha piacere di far parlare il Papa davanti al muro è che anche gli israeliani sanno usare bene i media;
3) saprete che gli abitanti del campo profughi di Aida hanno fallito nel loro intento;
4) saprete che le autorità israeliane, invece, sono riuscite nel loro intento;
5 saprete che questa riuscita vi è stata raccontata come un comune accordo;
6) saprete - magari, se siete arrivati fin qui lo sapevate già - che i mezzi di comunicazione possono raccontarvi tutto quello che desiderano, nel modo che desiderano.
Ecco, può anche darsi che qualcuno di voi penserà che io abbia scoperto l'acqua calda.
Ma sono convinto dell'importanza delle testimonianze dirette, per quanto piccole. E a giudicare dalle percentuali di italiani che credono che la tv dica la verità, forse anche questa nota servirà a qualcosa, e dovreste proprio segnalarla e divulgarla.
19 Marzo 2009
Personale:
Cani randagi, formula uno, soldi veri: play it once, Sam

L'ultima volta che avevo dormito, prima di ieri sera, era durata tre ore, forse qualcosa di meno. Mi ero svegliato alle 5:45 sul sedile anteriore della mia auto. Era il secondo Autogrill in cui mi fermavo per dormire per non andare a schiantarmi. Il sedile non si reclinava del tutto - diciamo pure che non si reclinava per niente - perché la macchina era carica di attrezzatura. Aperti gli occhi, era già più o meno giorno, c'era un pullman di giapponesi che fotografavano tutto, proprio come dovrebbero fare i giapponesi in uno stereotipo diventato vivo, e il mio corpo aveva bisogno di caffeina.
Ho ordinato un cappuccino, una spremuta d'arancia, una brioche al cioccolato - non ero ancora abbastanza a sud per chiamarlo cornetto - e mentre ordinavo mi sembrava che parlasse qualcun altro.
Mancavano ancora trecento chilometri alla mia meta. Di lì a poco - 3 ore - avrei comprato delle luci, caricato ulteriormente la macchina, scaricato la macchina, fatto due riunioni. Senza passare dal via o da una doccia, per gradire. Così mi sono lavato nel cesso dell'Autogrill. Non è una cosa così strana, se ci pensate bene.
Se quanto sopra vi sembra una lamentela, fate una cortesia a me e a voi: cambiate pure canale e tornate a guardare la striscia quotidiana di un reality show, e risparmiatemi qualsiasi commento. Non lo è, una lamentela. Anche se mi sentivo una merda, e il constatare che, no, in effetti a nessuno importava se fossi arrivato o meno a destinazione, a giudicare dall'inattività del mio cellulare da ore - del resto, non si può mica pretendere che la gente stia lì ad aspettare: si interessano dopo, questo va detto. Alcuni. - aumentava questa mia sensazione di difficile interazione con il mondo esterno. Chiamiamola così. Ma gli zuccheri aiutano, le endorfine anche.
Sono risalito in macchina, ho messo su Sultans of Swing e la vita ha assunto prospettive diverse. Poi il giornale radio. La voce che progressivamente, edizione dopo edizione, si schiarisce. La voce di una persona che conosci e che ha l'allergia primaverile: lo sai, perché l'ha scritto su Facebook. Dopo un centinaio di chilometri, all'edizione successiva, parla come se niente fosse. L'allarme cani randagi - perdio, è una delle cose più belle che io abbia mai sentito. No, dico sul serio. La prossima volta cosa ci sarà, un'invasione di coccinelle? -; i soldi veri, la nuova tag di Governo e Confindustria che vanno finalmente a braccetto come si confà in un Paese dove il dissenso non va di moda; le nuove regole della Formula Uno, che premieranno il pilota che vincerà più gran premi indipendentemente dai piazzamenti. Che, diciamocelo, è una cosa di cui non mi frega una beneamata fava, ma allo stesso tempo mi pare la più grossa stronzata che io abbia mai sentito in un regolamento di una qualsivoglia competizione sportiva(*).
[...]
Roma si sente bene, di notte, attraverso le tapparelle. Fa già caldo, anche se non quanto mi aspettavo, e ora dormirò in un letto. A raccontarla, la giornata trascorsa dopo l'ultima volta che ho dormito, ci vorrebbe così poco e sarebbe allo stesso tempo così poco interessante che posso tranquillamente risparmiarvelo.
Dormire poco o niente ha sul cervello lo stesso effetto che hanno certe droghe.
Stai lì sospeso, dopo aver guardato quelle tre-quattro scene che ti fanno veramente ridere di "Tre uomini e una gamba" - e fanno comunque ridere molto meno di un tempo - e ti ritrovi a pensare che vuoi scrivere e invece chatti un po'. Con un amico, e poi - contemporaneamente - con una persona che non vedi da almeno un anno e con la quale ti ritrovi a parlare di Torino - che è bella Torino, e non potete capire quanto, se non la vivete. Come è bella Genova. Come è bella, anche se in misura profondamente, endemicamente diversa, questa Roma che si sente bene, di notte, anche quando stai comunicando in silenzio. Comunicare in silenzio, questo è chattare - immaginare lo scenario del vostro appuntamento, che fissate non si sa bene quando, ma lo fissate, sì. Con un'ambientazione anni '50, anzi no, anni '30-'40, Casablanca.
Poi lasci che il sonno ti ricomponga, ti invada con sogni che non ricordi bene ma che attingono, distintamente, dalle ultime giornate che hai trascorso: ti sembra, al risveglio, che l'appuntamento-non-si-sa-bene-quando non sia mai esistito, ma la tecnologia, a differenza dei sogni, ha a disposizione un hardware consultabile senza sprecare centinaia di euro dall'analista, e te lo ritrovi lì, nella cronologia, quello che hai scritto.
Pare che Ernest Hemingway si sia suicidato a causa dell'elettroshock: la terapia elettrocompulsiva, cui si sottopose volontariamente come cura per la sua depressione, lo faceva stare meglio ma lo privava della memoria a lungo termine. La cronologia, insomma. Materia prima per uno scrittore.
La questione è aperta, e riguarda anche altri suicidi recenti.
- Anche se la Formula Uno non è uno sport. Come non lo sono gli scacchi(**)
- Strani scherzi fa la memoria. Non avevo memoria degli scacchi in Casablanca. Non prima di trovare l'immagine di apertura. Poi me ne sono ricordato
16 Febbraio 2009
Personale:
Meccanismi capovolti (*)
Una goccia di stagno liquido - appena fuso dalla punta arroventata di un saldatore che viene utilizzato per saldare alcune minuscole e colorate resistenze in serie e un paio di condensatori sulla matrice di un circuito stampato - che salta incidentalmente nell'incavo roseo del braccio di un bambino fa male - lo stagno fonde a una temperatura di 231,93°C, e per scriverlo ho dovuto controllare. Brucia, e poi lascia sulla pelle un alone più rosso che si trasformerà a poco a poco in una piccola vescica che finalmente lascerà spazio, dopo qualche tempo, alla pelle nuova. Rimarrà il segno, anche a distanza di tempo, riconoscibile anche sotto i segni lasciati dagli aghi da donatore di sangue che prima, ovviamente, non c'erano.
Era il braccio sinistro. Il circuito stampato lo stava saldando mio nonno nel suo laboratorio, non ricordo di cosa si trattasse esattamente, forse una radio rudimentale, comunque un apparecchio elettronico, con quei piccoli cilindri con minuscole zampe che sono le resistenze, e i colori che ne indicano la misura fisica in Ohm, a saperli leggere. Li sapevo leggere.
Naturalmente, ricordo che mio nonno si sentì in colpa per la faccenda della goccia di stagno fuso sul mio braccio. Devo ricordarmi di ringraziarlo, invece. Mio nonno ha sempre avuto questa passione ingegnosa per le attività manuali: è il classico Uomo Che Sa Fare Di Tutto. Non ultimo, cucinare. Quest'ultima attività me l'ha decisamente trasmessa. Delle altre, mi ha lasciato la curiosità del sapere come sono fatte le cose, come funzionano, come sono fatte dentro. Dev'essere per questo che - al di là dell'andarsene di casa - scelsi di fare ingegneria biomedica e di concentrarmi sul funzionamento dell'essere umano, sul kansei, su ciò che ci rende simili a una macchina orribilmente complessa e su quello che ci differenzia da essa.
Intendiamoci, non ho conoscenze specifiche sui funzionamenti di tutto lo scibile umano, né ci tengo ad averli. E non ho conoscenze specifiche sul funzionamento di un meccanismo o di un oggetto in particolare. Ma posso perdere ore, giorni, anche mesi a cercare di imparare come funzionano le cose. Come funziona Google, per esempio. O un algoritmo per il riconoscimento vocale. O una videocamera: basta poco, anche solo una nozione generale, per darmi soddisfazione, fatto sta che oltre al fenomeno ho bisogno di conoscere il meccanismo.
A dire la verità, c'è un'altra eredità che mi ha lasciato mio nonno, a proposito delle attività manuali. Un'eredità che fa il paio con la visione di un episodio de La casa nella prateria - pensate un po' quali giri contorti può fare la mente umana, eh - in cui il protagonista Charles Philip Ingalls (interpretato da Michael Landon, al secolo Eugene Maurice Orowitz) rivela la sua ossessione, il suo desiderio morboso, la sua paranoia, la sua scimmia - ovviamente, trattandosi de "La casa nella prateria" non è che lo dicesse proprio in questi termini - : quello di lasciare un segno, di lasciare qualcosa per il futuro. Mentre lo dice, sta costruendo una cassettiera, una consolle da camera da letto, qualcosa di simile. Alla fine dell'episodio, un flashforward - roba che per La casa nella prateria doveva essere un meccanismo narrativo clamorosamente innovativo, e che ancora oggi in Italia stentiamo a utilizzare, almeno nella lunga serialità, sai mai, il pubblico è stupido - mostrava due giovani sposi che finivano chissà come nei pressi di un rigattiere, cercando mobili per la casa. E si compravano la cassettiera, o la consolle da camera da letto, quella roba lì, insomma, rimirandola ammirati e felici. Quello era il segno di Charles Philip Ingalls, della sua manualità.
Ecco, la mia ossessione, la mia scimmia, la mia paranoia - non trattandosi de La Casa nella Prateria lo dico proprio così - è proprio questa: lasciare un segno. Come evidentemente lo sta lasciando mio nonno, che ha fatto, costruito, realizzato così tante cose materiali. Solo che io non lo so fare materialmente, so soltanto come si fa a provarci con la creazione.
E per creare, che puoi vuol dire - pensate un po' - raccontare una storia, è fondamentale, necessario conoscere i meccanismi. Osservarli, capirli, rivoltarli, scardinarli, analizzarli, digerirli e sputarli via e ricominciare da capo, finché non li si padroneggia, finché non li si rende propri.
Del resto, conoscere i meccanismi è importante anche per vivere i rapporti umani e goderseli al meglio. Un giorno, provocatoriamente, ho sostenuto che quando un uomo e una donna eterosessuali si incontrano e iniziano a frequentarsi, dovrebbero subito andare a letto insieme per evitare di incorrere nei pericoli dei meccanismi futuri. E per capire, poi, con calma, una volta risolta la tensione sessuale, cosa sarà del loro rapporto. Un po' provocavo. Un po' ci credo.
E conoscere i meccanismi ti aiuta anche a capire quando un piacere si sta trasformando in un dovere. Quando un dovere ha ammazzato il piacere. Quando si è passato quel sottile confine che delimita le libertà interpersonali. Il che non vuol dire vivere cervelloticamente o ricondurre tutto a schemi prestabiliti, no.
Vuol dire essere aperti, ascoltare, sentire e cercare di capire, e annotare, lì nell'angolo, l'ennesimo meccanismo occorso. Vuol dire giocare a scacchi con empatia.
Lo stagno fuso fa male. Le cose funzionano perché qualcuno ha una straordinaria manualità per farle funzionare. Qualcun altro vuole sapere come funzionano per raccontare storie. I meccanismi contano.
E il calabrone vola, miei cari. E sapere perché è fondamentale (**).
(*) Questo post, lunghissimo, è da leggersi in compagnia del post Meccanismi di Stefano. Grazie al quale, peraltro, ho per la prima volta analizzato attentamente l'interno dei flap dell'ala di un aereo. Non fatelo, se avete paura di volare.
(**) I calcoli cui ci si riferisce - peraltro citando, pare, Nietzsche, che già con la faccenda dell'eterno ritorno dimostrò di capirci poco, di faccende umane - per tirare in ballo l'impossibilità di volare per un calabrone, vengono fatti a partire da un'ipotesi errata: che le ali del calabrone fossero lisce. Non lo sono, e il volo del calabrone - che è possibile eccome - si spiega poco facilmente - la sua aerodinamica non è delle migliori, il che facilita le ironie su di esso - con teorie relative all'aerodinamica instabile. Anche se il suo volo, molto complesso, non è ancora stato modellizzato a dovere. Ora. Non ditemi che sapere queste cose non sia affascinante. Anche questo fa parte di conoscere i meccanismi, cosa che ci mette al riparo dal proliferare delle leggende metropolitane per esempio. Senza togliere poesia alle cose, che sono già tanto poetiche di natura, a saperle guardare.
15 Febbraio 2009
Attualità:
Va tutto bene
In un Paese degno di tal nome, il ritorno di Clemente non sarebbe possibile.
In un Paese degno di tal nome, non dovrei pensare che voglio far testamento biologico a 30 anni perché non si sa mai.
In un Paese degno di tal nome ci indigneremmo. Ci incazzeremmo. Faremmo la rivoluzione.
Come dice Notuno, vi ricordate quando ci indignavamo? Be', in confronto erano cazzate. Eppure, stiamo qua. Tanto c'è sempre Facebook.
E comunque, va tutto bene.
14 Febbraio 2009
Personale:
Uomini e donne
C'è questa simbologia, sulle porte dei cessi del Contestaccio, che mi lascia perplesso. A parte il cartello che vieta a due o più persone di entrare contemporaneamente nei bagni, indipendentemente dal sesso (sic) riservando alla direzione il diritto a allontanare i trasgressori, intendo.
Il cartello c'è comunque e banalmente significa: non si tromba nel cesso. E va be', a casa propria ognuno mette le regole che vuole.
Ma la questione è un'altra. Appena varcata la soglia dell'antibagno, vi si presenta la scelta, come in tutti i locali di questo mondo che non abbiano un cesso unisex. Ovvero: c'è una porta per il cesso degli uomini e una per quello delle donne.
Al Contestaccio c'è una porta tappezzata esternamente - e, scoprirete, anche internamente - da immagini di donnine ritagliate e incollate tipo collage di quelli che si fanno alle elementari, avete presente, quando si cerca di seguire i contorni con le forbici con le punte arrotondate che sono una contraddizione in termini resa materiale da qualcuno che ha pensato di provare a evitare ai bambini di cavarsi gli occhi - autonomamente o reciprocamente - con le forbici "da adulti", ma non con quelle immagini lì. E allo stesso modo c'è una porta in cui sono, invece, modelli con gli addominali tartarugati et similia a fare la loro prepotente apparizione.
Ora, sono entrato nella porta in cui ci sono i maschi tartarugati per espletare le mie funzioni escretorie, ché vedendo un uomo uscire da lì ho pensato all'equazione facile e tautologica immagine di uomini = per gli uomini. E alla sua gemella immagini di donne = per le donne. Del resto è così che funziona con i simboli, no?
C'è la donna stilizzata, l'uomo stilizzato e l'equivoco è impossibile. E' la potenza del formalismo simbolico, su cui potremo, ne sono certo, dissertare un'altra volta, anche se il dissertarne un'altra volta va un po' a scapito della chiarezza.
Insomma, posso assicurarvi che da uomo eterosessuale un po' fallofobico essere osservati dalla congrega di maschi in posa che campeggiano sulla parte interna della porta del cesso - sì, anche per i maschi il collage prosegue anche internamente - non è particolarmente piacevole.
E' lì che mi si è aperto lo spiraglio: forse ho sbagliato cesso? Forse avrei dovuto entrare in quello con le donnine?
L'uomo stilizzato che si vede in tutti i cessi normali - quello da Autogrill, per capirci - facilita l'immedesimazione, proprio in quanto simbolo. I Bei Maschi Tartarugati di certo no, almeno non nel caso del sottoscritto, che vanta di certo altre doti - giusto perché chiunque deve avere da qualche parte un po' di positività - ma non l'addominale scolpito.
Allora è questo: passare dal simbolismo alle fotografie-collage elimina automaticamente la possibilità di immedesimarsi e genera l'equivoco.
O forse potrebbe trattarsi di un altro tipo di discriminante basato esclusivamente sul gusto sessuale: ti piacciono le donne? Bene. Allora entra nella porta con le donnine. E viceversa. Il che però significherebbe comunicare le proprie preferenze sessuali con il semplice gesto di imboccare la porta di un cesso. Cosa che però si configurerebbe come una palese violazione della privacy e che evocherebbe troppo facilmente quel sesso nel cesso che il cartello dell'incipit invece nega esplicitamente.
Va bene, è evidente: trattasi di una lunga dissertazione sul nulla, o sull'importanza di comunicare, o sugli uomini e le donne, o sul sesso, mascherata da qualcos'altro. Probabilmente.
C'è un altro cartello, al Contestaccio, che da un po' campeggia in tutti i locali romani. Dopo le ore 2 si vendono solo analcolici.STACCO SU
Un pranzo. Una delle donne a pranzo - giovane, perdio, giovane - dice qualcosa del tipo: "Il sesso? Ormai è un piacere così lontano".7 Febbraio 2009
Personale:
Fare quel che dovrei fare è comunque peggio di fare quel che faccio
11,80 euro per compare una mappa concettuale non mi sembrano troppi.
Anche se il concetto di mappa concettuale sembrerà a qualcuno un'astrazione, una di quelle cose da intellighenzia di sinistra. Questo qualcuno, nel caso, non conosce il sottoscritto. Che magari indossa cappelli, porta sciarpe e parla di Progetti, ma butterebbe una bomba al napalm su qualunque forma vivente di intellighenzia. Se vi sembra una contraddizione in termini, potete smettere di leggere. Se invece condividete il mio odio verso le intellighenzie, comprenderete facilmente perché, se mi capitasse di investire con l'auto qualcuno che, per qualche motivo, dovesse avere la tessera di una qualsiasi intellighenzia - lo so, che non ce l'hanno la tessera. Ma dovrebbero -, farei retromarcia per infierire sul cadavere di quel qualcuno.
Fatto sta che questa mappa concettuale, da questa sera, sarà appesa sotto forma di foglio bianco, su una delle pareti di casa, con quattro pennarelli colorati appoggiati su una delle mensole della libreria accanto alla mappa di cui sopra.
Ho un po' di preoccupazione per il momento in cui ci scriverò sopra le prime quattro parole, che sono quelle che compongono quella roba che ormai si sente anche in giro, camminando per via Vanchiglia, e che risponde al nome di "il-mio-status-su-Facebook". Sarebbe abbastanza ridicolo, non fosse che Facebook rischia di diventare l'equivalente del telefono cellulare. E quindi, fra poco, a pagamento. Probabilmente, sarebbe anche giusto che fosse a pagamento, diciamocela tutta. Almeno la cosa toglierebbe le pigne dal cervello a chi pensa che tutto sia in qualche modo dovuto: eh sì, ve lo dico, quelli che gridano alla censura, che si lamentano della pubblicità, che si cancellano perché oh ci sono i gruppi favorevoli alla pena di morte, be', quelli mi fanno ridere. E' un po' come chi arrivava a insultare nei commenti del blog - quando ancora era quello il mio strumento principale di comunicazione in rete - e si lamentava di "censura" se cancellavo. Chiamasi, invece "regole di casa mia". Sei ospite. Se ti piace bene, se no puoi uscire. Con le tue gambe, oppure in orizzontale, a scelta. Cosa che non è esattamente sinonimo di censura. Ma vai a farlo capire a chi non supererebbe un banalissimo test per il "voto ponderato".
Dicevo, ho un po' di preoccupazione per il fatto che il risultato finale, una volta che il foglio bianco comincerà a trasformarsi in un foglio non bianco, non sia esattamente quello che mi aspetto. Anche se, effettivamente, chi l'ha mai vista una mappa concettuale? Io no. Sarà la prima, e quindi qualsiasi cosa essa sia veramente, andrà bene.
La signora del "Bellearti" di via Vanchiglia avrebbe voluto vendermi di tutto - mi ha offerto pastelli a cera, matite colorate, pennarelli diversi da quelli semplici che volevo io - e poi ha cambiato il prezzo dei 4 pennarelli in offerta a 5,00 euro in 4 pennarelli in offerta a 5,50 euro, dicendo che si era sbagliata.
Non sono riuscito a arrabbiarmi. Ha fatto su e giù per la scaletta così tante volte, per l'età che ha e per l'incapacità che ha di ascoltarti, tutta concentrata com'è a venderti tutta l'oggettistica di bellearti che ha in magazzino - sia chiaro. Non so disegnare, sono negato per qualunque forma di arte pittorica o scultorea et similia, eppure, nonostante ciò, comprerei tutti i colori del mondo in tutte le loro forme, sono fanatico della carta su cui si disegna, mi piacciono le tele e ho un'insana passione per quegli omini snodati di legno che si dovrebbero usare per dipingere figure umane, a quanto mi dicono. E proprio oggi ho scoperto che esiste anche il cavallo snodato. E mi sono chiesto perché non un elefante - ha fatto così tante volte su e giù che questi 50 centesimi in più se li è guadagnati.
70×100 era la dimensione più grande di un foglio acquistabile nel negozio. Ne ho presi due. E anche due matite - alla fine ce l'ha fatta, la signora, a farmi comprare più di quel che volessi - perché mi sono convinto che al limite avrei potuto cancellare. Ma poi non ho comprato la gomma, e sono certo di non avere gomme a casa. Quindi, non userò le matite, oppure non le cancellerò.
Detto ciò, sto finendo un montaggio di un lavoro che ha a che vedere con Terence Hill.
1 Febbraio 2009
Personale:
Facebook ha ammazzato tutto
Lo pensavo, oggi, e lo dicevo con Ste. Che forse Facebool ha ammazzato i blog. O forse no. Forse sono solo in coma reversibile. Forse ritorneranno. E noi saremo qui a non farci attendere neanche per un attimo.
Via le ragnatele, signori, si blogga e ci si indigna.
31 Gennaio 2009
Personale:
Auguri
Sono stato mandato a fare in culo, con dovizia di altri insulti e accompagnamento di gesti che mi esortavano a infilare oggetti di varia forma e dimensione in qualche mio non meglio specificato orifizio, da quattro ragazzini imberbi in auto.
Li avevo illusi. Ho aperto la portiera della macchina, loro sono passati credendo di aver trovato parcheggio, io stavo solo mettendo il ticket del pagamento di queste belle linee blu romane. Sono ripartiti sgommando con il coretto di cui sopra.
Ho augurato ai ragazzini il meglio per loro stessi e per l'umanità: di smettere al più presto di essere un problema per loro stessi e per l'umanità, nel modo più cruento possibile.
Ma solo dopo aver considerato quale sia lo stato di degrado dell'umanità stessa, sia chiaro.
30 Gennaio 2009
Grilli per la Testa:
Sorridimi ancora
Sul sito di Un mondo a colori si trova la puntata Sorridimi ancora, realizzata dalla premiata ditta Fulvio Nebbia, Alberto Puliafito, Stefano Sgambati.
La puntata si può vedere direttamente da qui.
Si tratta di un breve documentario su un tema decisamente ostico: l'acidificazione, pratica nefasta e nefanda che vede come vittime le donne. Al di là del servizio e del tema, amo alla follia il breve montage su ragazze sorridenti e musica di Faber.
E si tratta anche del modo che conosciamo per dare un senso a uno dei lavori più futili del mondo. Graditi commenti, come al solito, anche se i lettori, da queste parti, scarseggeranno per ovvie - e colpevoli. Del sottoscritto - ragioni.
25 Gennaio 2009
Personale:
Viaggi /2 - Firenze e Starbene
Evidentemente, per quanto io ci provi - e ve lo assicuro che ci provo, e ci provo tanto - non riesco a uscire dall'autobiografico, quando scrivo. Perlomeno, quando scrivo senza metodo, così, come esercizio per me, per chi legge, per tutti. Cosa che, non essendo per me la scrittura un lavoro è, al momento, l'unico modo di scrivere che mi è dato.
Non riesco a uscire dall'autobiografico semplicemente perché non posso fare a meno di parlare degli eventi che mi occorrono, un po' come raccontare di un poster di uno scrittore che mi viene dato in omaggio - che poi fa sì che ne scriva anche qualcun altro, cosa che non può che far piacere -.
Probabilmente, sono io che, come per quel famoso poster, attribuisco significati ai significanti, questo è evidente.
Fatto sta che mi trovo a Firenze con i miei due più cari amici, si lavora per la prima volta insieme dopo tanti anni e stiamo per andare a cena da Valentina, altra cara, carissima amica - per la cronaca, Fulvio, Alessandro e il sottoscritto, insieme a Alessio, che però non c'è, sono stati ospiti di Valentina per un mese, nell'estate del 2004: giravamo "Phone Center - Il tamburo moderno". Una docu che non ha mai visto la luce se non su un defunto progetto chiamato Teleblogo - e stiamo, come se fosse una gita del liceo, accampati in una stanza tripla. Io mi sono appropriato del letto a due piazze, con la scusa del mal di schiena - che ho, del resto.
Siamo lì a parlare un po' di tutto. Trent'anni e non sentirli, altroché.
Poi a un certo punto esco, per una pratica che avevo dismesso da mesi e che però oggi mi va di frequentare - è a orologeria, nessuno tema -: compro un pacchetto da 10 di sigarette. Eh sì. Va be'.
Poi passo davanti a una panetteria. Il nome di questa panetteria dovrebbe farci riflettere un po' tutti, ma ne parleremo poi, perché non lo noto, entrando.
Scruto da fuori: una quantità infinita di dolciumi e salato variegato. Entro, la panetteria è piccola e stretta ma accogliente. Una signora scambia un paio di battute con la titolare - che sorride, è particolarmente sorridente a dire il vero - e io intanto mi faccio strada - è davvero stretta - per comprare un po' di pizzettame da portare ai due amici. Penso che ce lo meritiamo, di star bene: è stata una bella giornata, fra il lavoro e le chiacchiere e un gesto insulso e un po' romantico del sottoscritto, che non rinuncia mai a vivere tutto quanto come se fosse un film. Volete sapere qual è il gesto?
Be', non vi è dato: anche tre amici possono avere un segreto. Anzi, devono.
Pago 5 euro, mi faccio scaldare la pizza e ho appena il tempo di leggere una scritta su una cartolina appesa a una bacheca, una scritta che ha a che fare con il guardar le cose, gli occhi, la mente, il cuore, roba così. Appena il tempo di voler provare a rileggerla e mi sento dire:
- Vuoi un dolcino?
- ...
- Scegli - sorride
- Ma...
- Su, su, quale vuoi?
- Hmmm... vediamo, ora ho l'imbarazzo della scelta
- ... - sorride
- Questo - indico un mini-bombolone alla crema
- Questo con la crema?
- Sì
La signora prende il dolcino, lo incarta.
- Un dolcino ci vuole.
- Sì, è vero.
- Piove ancora, vero?
- Sì... strano, spesso quando vengo a Firenze trovo freddo o maltempo
- Eh. Poi è una settimana che fa davvero freddo.
Mi porge dolcino e pizza, ci salutiamo.
- Buona serata
- Buona serata a te
Chiudo la porta e leggo il nome della panetteria: "Starbene".
E' scritto anche sulla busta di plastica che sta qui sul letto, svuotata dal suo contenuto dai tre amici famelici: gli altri due mi aspettano sotto mentre finisco di scrivere queste poche righe.
Starbene.
26 Novembre 2008
Personale:
Storia di una strada e di un bilancio
E' che una strada che prosegue lenta la notte si porta appresso tutte le conseguenze della sua stessa essenza. E' che una giornata in un mondo finto-vero, dalla plastica al legno, dalla pubblicità alla verità del freddo pungente e della corsa in aeroporto, dai tacchi gonfiabili all'evento che altri chiamerebbero "disegno divino" (brrr) e che per me resta una chiara manifestazione della casualità in tutto il suo splendore, be', quella giornata lì la mattina dopo ti si presenta e dice: oh, facciamo un bilancio?
E tu non hai nessuna voglia di bilanciare un bel niente, soprattutto dopo essere uscito a spostare la macchina perché il meraviglioso parcheggio gratuito sotto casa si è trasformato in un inferno a pagamento dalle regole assurde, hai preso il cappuccino e il cornetto - che qua se chiama così - facendoti trattare male come al solito dalla tua barista preferita, e prendi coscienza del fatto che buondì, la giornata è iniziata e non ci sarà verso di completare quel che andava completato: il sonno tranquillo, con i giusti sogni.
Intorno, accade di tutto. Si muore a scuola, la chiesa dice che Gramsci si convertì in punto di morte, a Bangkok fanno opposizione seriamente mentre noi restiamo pecore inquadrate dai cani da pastore - sia chiaro, non so niente della situazione politica thailandese. Mi piaceva far notare, però, l'italica ignavia -, abbiamo il Piddì e il Piddìelle, c'è la crisi e le tasse, e in tutto questo c'è chi gioca persino il campionato di calcio.
Ce ne sarebbe a sufficienza per chiudere la saracinesca e andare a dormire. Ma c'è un altro mondo intorno, quello più piccolo e privato, che pretende che si facciano cose, si vedano persone, si pronuncino parole.
Io preferisco il silenzio, alle parole. Che messa così sembra una dichiarazione a effetto priva di significato, vista la mia logorrea. Ma c'è chi sa del mio silenzio e di quanto una strada che prosegue lenta la notte si porti appresso la necessità stessa di quest'assenza di parole.
Come? Il bilancio? Mi pare scontato. E' positivo. Come i bilanci di tutte le giornate che ho scelto e che ho lasciato scegliere, che ho vissuto come andavano vissute.
Mentre chiudo questa nota ho un piccolo senso di colpa nei confronti della mia recente presa di posizione a proposito della scrittura quotidiana, che andrebbe canalizzata in altro. Tant'è, dieci minuti strappati anche a quell'altro mi sembrano, oggi, irrinunciabili.
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23 Novembre 2008
Personale:
Storia di un cappello sul ginocchio e di un film meraviglioso
Applaudivo, alla fine, mentre scorrevano i titoli di coda - "Che trishte" "Zitti, perdio, zitti". La prima è la frase pronunciata da una feticista della ciarla e del commento a bruciapelo appena calato il sipario, la seconda è la mia reazione - su un piano sequenza costosissimo e di sicuro non colto da molti. Applaudivo con gli occhi gonfi e l'animo pieno, ché al cinema bisognerebbe applaudire. Sembravo un cretino, diciamocelo. E diciamoci anche che potrebbero esserci, qui sotto, spoiler. Non pretenderete mica che uno parli di un film senza fare accenni a quel che succede, no?
Il cappello che ho comprato oggi nel non-luogo - o nuova centralità - del centro commerciale, insieme a Davide e Mila, lo tenevo sul ginocchio ed è rimasto lì per tutto il film - tempo fa, pochi giorni, o forse qualche anno, ho scoperto che non sono certo l'unico a tenerlo sul ginocchio al cinema - tranne per il finale, quando dovevo per forza, per forza stringere qualcosa, e stringere la mano di Davide non era certo opportuno, ecco.
Be', amici miei, il punto focale di questa storia è semplice: bisogna fare qualcosa per Clint Eastwood. Bisogna trovargli un elisir di lunga vita, una pozione di ringiovanimento, qualcosa che lo preservi da qualunque acciacco. Perché quest'uomo non solo non sbaglia più un film da tempo: quest'uomo migliora, continuamente, anche quando sembra impossibile.
"Changeling", di che parla "Changeling"? Dei cambiamenti? Dell'amore? Della corruzione? Delle sconfitte? Delle vittorie? Delle conquiste civili? Del manicomio? Della pena di morte? Dell'elettroshock? Della vita? Parla di tutto questo, e sicuramente non ne parla in toni assoluti. Oh, sì, ci sono, i dannati e i salvati, ci sono eccome. Ma il bene e il male, gli accadimenti, le battaglie private che diventano battaglie sociali e storiche, si mescolano e si traducono tutti in questa meravigliosa serie di inquadrature e movimenti di macchina magistrali, con un Eastwood che sceglie storie sempre più belle e complesse da raccontare, e che le racconta in maniera semplicemente magistrale.
Ci sono milioni di emozioni e sottotemi in questo film, milioni, come milioni sono le espressioni di una meravigliosa e bravissima Angelina Jolie - guardatelo in lingua originale, se potete - fotografata da Tom Stern (vecchia conoscenza di Clint) in maniera semplicemente perfetta, con questi primi piani lividi e le occhiaie e gli occhi limpidi di madre e quel rossetto rosso tirato fuori così bene da quelle dominanti fredde, e quei dialoghi taglienti e secchi e una sceneggiatura che fa venire i brividi.
Eastwood cammina come un equilibrista sul filo della delicatezza da commedia che dura poco che diventa dramma che diventa legal dopo essere diventato uno spaccato sulla vita manicomiale e riesce anche a parlare di amore - con una delicatezza, una freschezza, una poesia, cari miei. Si parla d'amore, in un rapido scambio di battute e inquadrature in cui si parla anche, pensate un po', di cinema e di visioni dello stesso - che non sia quello materno e a concedersi, quando serve, addirittura un'estetica western. Ecco. Quando serve. Tutto quello che si vede in questo film, serve, è al servizio della storia, la rende ricca e viva e possente. E soprattutto, universale.
Universale, ma non assoluta Il relativismo di Eastwood è di quelli che fanno male al cuore, anche se non ci sono dubbi su chi siano i buoni. Il problema è che i buoni sono quelli che fanno le regole, e le regole, generalmente, vengono fatte rispettare dai buoni che a un certo punto buoni non sono più.
Ed eccola, la critica sociale che emerge - ma quando non emerge, nei recenti lavori di Eastwood? - come un macigno, come le lacrime che bagnano abbondanti gli occhi della Jolie, e di chi al cinema si emoziona ancora come la prima volta.
Stringo ben forte il cappello. In sala siamo rimasti in sei. Una coppia, Davide e io, due ragazze straniere: una piange, io prometto a me stesso che racconterò storie. E che, come al solito, parlerò di quel che è bello per condividerlo.
Fuori dal cinema, fa un freddo pungente. Ma oggi ho comprato la sciarpa più lunga del mondo, un cappello e dei guanti. Costringo Davide a scattarci una foto in Piazza del Popolo, perché mi ricordo cos'è successo all'uscita di ogni bel film. E questo è un film che voglio ricordare ancora di più.
22 Novembre 2008
Offline:
Adorava l'America.
L'amico Ste, nella notte delle Elezioni Presidenziali Americane 2008, una notte che, per sua stessa ammissione l'avrebbe appassionato, contrariamente alle sue stesse aspettative, un po' anche per merito del sottoscritto, mi propose un giochino letterario. Mi mandò una foto di una votante e mi chiese di scrivere un raccontino che iniziasse con Adorava l'America. La idolatrava smisuratamente.
Lo iniziai, ma non mantenni la promessa di finirlo. Ora, visto che è una bella sensazione, ogni tanto, finire qualcosa, be', ho provveduto. Ieri, in treno. Non so se sia un raccontino né se valga la pena di leggerlo, ma è il mio modo di mantenere una promessa fatta, e va ad aggiungersi a questi raccontini qui.
Adorava l'America. La idolatrava smisuratamente. Ecco perché vedere tutta quella sfilata di Grandi Americani in televisione che invitavano, chissà perché, ad andare a votare, come se improvvisamente andare a votare fosse importante nel 2008 e non prima, o dopo, be', l'aveva convinta. Il potere dell'America la convinceva sempre, e questa volta l'aveva convinta a fare una cosa - votare - che le era sempre sembrata futile.
Era la sua prima volta in un seggio elettorale. Non aveva mai votato prima, e suo padre l'aveva sempre rimproverata per questo. Ma non le importava di suo padre, erano trent'anni che conviveva con il fatto che suo padre non avesse fatto la guerra del Vietnam, no, lui era rimasto a casa e così lei non poteva vantare nessun reduce in famiglia, e questo non riusciva a perdonarglielo: tutte le persone potenti accanto a lei avevano almeno un reduce in famiglia. Proprio come nei film.
Anche suo padre adorava l'America, beninteso. Solo che probabilmente idolatravano due americhe diverse. E probabilmente quella del padre non c'era più, per fortuna. Ci mancava solo di doversi lasciar influenzare dal padre.
Eppure, i Grandi Americani erano certi di una cosa: si doveva andare a votare, quella sarebbe stata l'elezione del secolo. Così, lei si era convinta e nel frattempo aveva comprato il vestito giusto e le scarpe giuste. Ma non per andare a votare, no.
In quel novembre stranamente primaverile, Wendy A. Jericho si era vestita con un vestitino corto nero e le scarpe col tacco e senza calze perché la moglie del suo capo era fuori per un ciclo di conferenze e lui era libero. Sì, sì, certo. Lui le aveva promesso che avrebbe lasciato la moglie prima o poi, ma la verità è che a lei non importava proprio, perché lei, il suo capo, se lo voleva solo scopare.
Vorremmo forse biasimarla per questo proprio ora che compie il suo dovere da cittadina per la prima volta?
Parliamoci chiaro: era giovane, Wendy, era bella, e si era appena scopata il suo capo in ufficio. Questo non fa di lei un cliché - né umano né narrativo -, anche se a qualcuno potrà sembrare così. Ve lo dico io, invece: niente cliché. Possiamo ammettere, una volta per tutte che a una giovane bella piaccia, semplicemente, scopare? Senza che questo la etichetti in alcun modo?
Possiamo ammettere una volta per tutte che si sia vestita così non perché ci voglia l'abito adatto per andare a votare la prima volta ma perché il suo capo, che a lei piace perché le piacciono gli uomini con il potere - che ci può fare? non resiste agli uomini col potere - si eccita quando lei si veste tutta di nero e senza calze?
Ecco. Questo non le ha impedito di andare a votare per la prima volta. E di votare il candidato che le aveva suggerito il padre. E di metterci amore, nel fare per la prima volta ciò che il padre le aveva suggerito, anche se probabilmente quello stesso padre non avrebbe apprezzato la sua scappatella con un uomo sposato. O forse sì, insomma. Mica era uno di chiesa, il padre. E il Vietnam non l'aveva fatto perché aveva deciso di fare l'obiettore.
Le loro due americhe forse non erano così diverse. E il fatto di essersi scopata il suo capo poco prima, be', quello non c'entrava proprio nulla, no. Era puro amore per il sesso che, per uno di quegli straordinari casi della vita, si concretizzava in un orgasmo poco prima della prima volta di Wendy in un seggio elettorale.
Era una specie d'amore anche quello, per la libertà e per quel vento di cambiamento di cui tutti parlavano come se il cambiamento fosse, di per sé, un valore positivo. Alla fine Wendy ci metteva amore, nel sesso come nella vita.
Entrambe le circostanze, entrambi gli amori - quello per il sesso e quello per la libertà - sono fatti assolutamente umani. Così come era umano l'aver sentito un fremito tutto femminile al pensiero di quel (probabile) futuro presidente così giovane e così potente che Wendy aveva appena votato. Un fremito che si sarebbe fatta togliere presto dal suo capo, decisamente più accessibile, almeno in questa settimana.
Questo, Wendy, che non era mica stupida, anche se qualcuno avrà pensato diversamente, tutto questo lo pensava mentre i suoi tacchi da amante del sesso e dell'America e di un sacco di altre cose ticchettavano sull'asfalto per tornare in ufficio.
15 Novembre 2008
Personale:
Storie di cappelli smarriti, social network e serendipity
I cappelli che ho perso non si contano. Se non ne avessi mai persi, probabilmente ne avrei una cinquantina, senza esagerare. Adoro i cappelli, di ogni forma e colore, non so perché, mi sono sempre piaciuti, forse perché coprono la testa e i pensieri, forse perché scaldano, non conosco il motivo razionale, so solo che mi piacciono.
La mia testa, del resto, mi è sempre piaciuto coccolarla un po'. E quando la stempiatura si è fatta notevole, be', è bastata una piccola scusa per operare la rasatura definitiva. E' stata Daniela, Daniela Paganini, a radermi. Eravamo a Genova, in una casa che avevo preso in affitto: via Bainsizza, zona Sturla. Avevo appena dato il mio primo esame universitario, un anticipo - si chiamavano così, allora, anticipi o preappelli. Immagino che non sia cambiato molto - di Chimica, professor Busca. Ingegneria Biomedica. Oggi potrei chiedere al me di allora perché mai abbia fatto quella scelta. Quella di Ingegneria Biomedica, intendo, non la rasatura. Per andare via di casa e vivere esperienze, sarebbe la risposta, probabilmente.
Insomma, feci una scommessa: se avessi preso 30, mi sarei rasato e sarei andato a farmi registrare il voto con la maglietta dell'Inter. Il prof era interista, io no. Io all'epoca praticavo ancora il calcio come tifoso e mi sentivo juventino. Presi 30 e così onorai la scommessa. Da allora ho imparato a radermi da solo, con macchinetta elettrica o con rasoio, e ho comprato un sacco di cappelli.
Ho ancora le foto di Daniela che mi rade nella cucina di casa, le ho chissà dove. Daniela era una persona speciale, ignoro che fine abbia fatto ma le volevo bene: magari la cercherò su Facebook, prima o poi apparirà. Tanti cappelli quante le persone a cui ho voluto bene. C'era anche Enrico Torielli, ricordo, in quella stanza. E qualcun altro, ma ora non mi sovviene chi. Ci sono molte persone cui ho voluto bene a Genova.
Il che non vuol dire sminuire Daniela, che era speciale. Vuol solo dire che, per fortuna, incontro molte persone speciali.
Un giorno Valentina mi disse che forse sono io a vedere le persone speciali. In effetti, molto spesso parlo di chi mi circonda in maniera entusiastica: faccio il misantropo, ma in definitiva mi piacciono le persone, mi piace la gente. Solo che non credo di essere io a vederle - e quindi renderle - speciali. No. E' l'empatia. E' il non esser gigli ma vittime di questo mondo di De André.
E' il modo diverso di guardare il mondo di Wallace.
Ho perso molti cappelli. Il primo l'ho perso un sacco di tempo fa. Il primo che ho cominciato a portare al contrario, l'ho perso dopo aver girato il mio primo cortometraggio vero, con attori veri: erano Tiziana Sensi e Vincenzo Bocciarelli, che si prestarono a farsi dirigere da un aspirante registello di 20 anni. Avevo persino un dolly, avuto per una di quelle concomitanze di eventi che meriterebbe una parentesi più lunga di questo stesso scritto. Ho perso quel cappello che portavo al contrario. Anche Tiziana e Vincenzo li ho persi di vista e non so che fine abbiano fatto, esattamente.
Mi rendo conto che è colpa mia, l'aver perso di vista le persone. O meglio, è colpa mia e delle scelte di vita, del mio rincorrere questi sogni che ho, lì, ben chiari davanti a me. Dev'essere per questo che mi piace così tanto Facebook. Ritornano, tutti, prima o poi: ho la sensazione di non lasciar più nulla alle spalle senza scampo, di poter rivedere, risentire e soprattutto ricordare. Perché nel mestiere che voglio fare, il ricordo è la risorsa più preziosa. Io voglio raccontare storie. E lo diceva Hemingway, che i ricordi erano la sua risorsa più preziosa. Tanto che si uccise perché la terapia elettrocompulsiva cui lo sottoponevano per curarlo dalla depressione, lo privava della memoria a lungo termine. Si uccise, perché non poteva sopportare di non aver più a che fare con la materia prima della sua essenza, quella dello Scrittore. Anche David Foster Wallace, scrittore, era depresso, ha subìto volontariamente elettroshock e si è ucciso. Quante persone cui voglio bene lo condividono con me, l'amore per Wallace. Alcuni non vorrebbero essere citati, e non li citerò. Stefano Sgambati, per dire, un libro di Wallace me l'ha regalato. Francesco Favale, invece, me l'ha fatto conoscere. Lui, Wallace, in testa portava le bandane. Mi piacciono le bandane, anche se fanno motociclista sfigato anni '70, oggi.
Mi è sempre piaciuto portare qualunque cosa che coprisse la testa; in particolar modo, appunto, mi piace portare i cappelli e soprattutto portarli al contrario, al contrario di come sono stati pensati. Ma non facciamone una lettura banale di spirito di contraddizione. Mi piacciono così e basta.
Ne ho perso uno in spiaggia in Liguria, non ricordo dove. Uno l'ho perso nel 2004, quando sono stato a Roma per sostenere l'esame di ammissione alla Scuola Mediaset, sulla metro B, direzione Rebibbia. Uno l'ho perso a giugno alla fermata del 60 di via Nomentana angolo via Tripoli, mentre andavo a lavorare in Wilder: uno dei lavori più difficili e sofferti e finiti male della mia breve carriera.
Uno l'ho perso, mi pare, nel '93, o giù di lì, in un'estate arroventata sui campi da tennis. Uno l'ho perso a Madrid con Marta. Fra l'altro, Marta me l'aveva presentata la Daniela di cui sopra.
Da quel lontano giugno '97, poi, mi è sempre piaciuto radermi il cranio. E' una bella sensazione che, peraltro, si aggiunge alla sensazione di prendersi cura di sé. Dopo Daniela, chissà perché, a nessun'altro è stato concesso radermi: ho sempre voluto fare da solo. E si riconosce subito quando sono stressato o molto impegnato: non mi rado, e la peluria cresce disordinatamente. E richiede altri cappelli, che compro ogni volta che ne vedo uno che mi piace. Alcuni, non li porto mai. Non perché mi mporti cosa ne dica la gente, ma perché essendo obiettivamente strani mi costringerebbero a sentir tutta una serie di commenti che, francamente, le persone si possono risparmiare ma che non si risparmiano mai (uno di questi cappelli è quello della foto. Tiene un caldo meraviglioso e d'inverno è semplicemente irrinunciabile).
L'ultimo cappello l'ho perso oggi, a Fiumicino, verosimilmente, visto che l'avevo in testa subito prima del metal detector, subito dopo aver discusso con una della vigilanza per le cassette del girato che avrei preferito far passare esternamente, ché anche se non dovrebbe succeder nulla non si sa mai. Non è successo nulla, se non che ho perso il mio cappello.
L'ho perso mentre mi accingevo a tornare nella mia Torino, lasciando per qualche giorno la mia Roma, dopo aver girato una puntata del programma cui sto lavorando, con tutta una serie di persone cui voglio bene per forza, perché questo è un lavoro che ti mette alla prova e ti fa gioire e disperare e condividere: sono quasi tutti su Facebook, pensate un po'. C'è Alessandra Cappella, e Magda Geronimo, e Francesca Cucci, e Alessandro Borghese e Luca De Rienzo e Simone Onorati, e Giulio Romano, e Davide Sapelli, e Pierfrancesco Citriniti, manca Lamberto e mancano i due fonici Francesco e Marco, probabilmente, e non so se Patrizia e Bri Bri abbiano Facebook, magari sì e magari lo scoprirò con questa nota. E notate come venga naturale, fare nomi e cognomi, ora che esiste questo oggetto alieno qui, questo social network, se vogliamo usare un termine tecnico: usarli per chi c'è, tenere i soli nomi per chi non c'è.
Un social network è un po' come una cappelliera dove potrebbero esserci, idealmente, tutti i cappelli che ho comprato, ma soprattutto tutti quelli che ho perso.
Forse, scopro di voler bene alle persone senza un motivo razionale, così come mi piacciono i cappelli. Voglio bene alle persone che entrano a far parte della mia vita e che in un certo senso la condizionano e la modificano.
Intendiamoci: non mi piacciono tutti i cappelli, e ci sono vari gradi di bene e non voglio bene a tutte le persone indistintamente. Anzi, c'è gente che mi sta proprio sui coglioni, in giro. E generalmente io sto sui coglioni a loro, è uno scambio reciproco. Il peggio avviene quando sto sui coglioni a qualcuno cui voglio bene, ma capita anche questo, come capita di perdere i cappelli, e uno se ne fa una ragione senza pensarci tanto.
Il bello è che dietro a ogni cappello - così come dietro a ogni persona - c'è una storia, e mentre scrivo, qui, sull'aereo, e guardo le persone accanto, leggo le loro storie, o almeno quelle che comunicano: la coppia gay di amanti, uno dei due si nasconde e probabilmente ha anche una relazione etero; la donna in carriera che ha al polso l'orologio dal quadrante rettangolare che le ha regalato una vecchia zia, l'unica che la proteggesse da un padre violento e una madre succube; l'amante del ricco cocainomane con le tette e le labbra rifatte che sale nel nord per un weekend in montagna anche se la neve non c'è e forse le toccherà scopare anche un amico di lui. C'è tutto, sull'aereo. Anche quelli che a pelle ti stanno sui coglioni perché sono concentrati solo su loro stessi. E mentre torno in aereo ci sono altre due persone che tornano a Torino. Uno è il coinquilino, il Davide Favargiotti con cui divido più d'una cena nella nostra pizzeria preferita, e con cui - anche se a volte gli faccio credere che non sia così - divido l'amore per le persone e per le loro storie. Anche se ho un carattere di merda, o se faccio quello che ha un carattere di merda.
Ecco, la chiave irrinunciabile - e torniamo a bomba - è l'empatia. L'empatia che hai quando un cappello lo compri con qualcuno. Ne ho comprati con Marta, con Simona, con Aurora, per esempio. Ne ho comprati con mia madre, con mio padre, con Fulvio. Ne ho comprati da solo o con persone di cui mi importava poco o niente, ne ho comprati a Roma, a Torino, a Genova, a Milano e in Messico e in Guatemala e in Sicilia e in Spagna e chissà dove altro che ora non ricordo, ah, sì, uno in Danimarca. Ma quello non lo posso proprio indossare.
L'empatia che hai quando un cappello lo perdi e pensi a quanto scorra in maniera casuale l'ordine (il disordine) degli eventi che hai scelto di vivere affidandoli a quella filosofia che altri chiamerebbero serendipity. La serendipity, ecco, me l'ha insegnata Alexandro Crucianelli, cui ho voluto bene anche se avevamo visioni diametralmente opposte su un bel po' di questioni della vita, che ho perso di vista.
Mentre finisco di scrivere, e sono arrivato a Torino, dove ci sono almeno altre due persone cui voglio bene - parlo di loro, ma solo perché sono qui, hic et nunc - Fulvio Nebbia e Iacopo De Gregori, e sono protetto dai miei spazi, mi rendo conto che non è una vera e propria storia, questa, e che avrei potuto partire per la tangente mille e mille e mille volte. Forse è solo che mi faceva piacere scrivere di tutto questo e raccontare un po' di me, un pezzetto di vita, a chi leggerà e a me stesso, magari - sì, sì, adoro parlare di me. Ma la cosa bella è che adoro anche ascoltare degli altri -, e farlo leggere alle persone che ho ricordato in questo flusso, e anche a quelle che nel flusso non ci sono e che sarebbero nelle mille e mille e mille tangenti mentali che avrei potuto imboccare senza freno, e che magari vorranno - come anche le persone citate, chissà - raccontare un pezzetto di storia, o anche solo leggerla.
28 Ottobre 2008
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Poi abbiamo parlato di figa (**)
Adesso vi racconto una storia, se vi va. Una storia che riguarda me e altri, e che magari parla anche di fede. Sicuramente parla di essere bambini, di leggere e dell'amicizia. Che messa così sembra una cosa proprio roboante, ma visto che c'è questo titolo si capisce subito che si andrà a parare anche in qualcosa di leggero.
Adesso, insomma, vi racconto che quand'ero un bambinetto, io, che oggi qualcuno potrebbe definire un mangiapreti (*), io che mi sono fatto sbattezzare perché sì, io ho letto in chiesa. Provo a sforzarmi e ricordare quale fosse il passo, ma è successo una sola volta, e non ce la faccio, con tutta la buona volontà della mia memoria a lungo termine. La chiesa era una cappella, in realtà, la cappella di S.Valeriano, piccola frazione di Borgone Susa, provincia di Torino. Era la cappella dove si sono sposati i miei genitori. Il loro, probabilmente, è stato l'ultimo matrimonio celebrato lì, se ben ricordo. Oggi, a parte la festa del patrono, non vi celebrano nemeno la messa, e i miei sono divorziati.
Ricordo che l'ho vissuta con angoscia, quella benedetta lettura. Perché a me piaceva tanto leggere. Ho imparato a leggere in età precoce - questo, badate bene, non fa di me né un genio né un iperdotato. Ma sicuramente, per una buona parte della mia vita, ha fatto di me quello che oggi potrei definire, a bocce ferme, un disadattato - perché volevo sapere come andavano a finire le storie quando lo volevo io. Questo me lo ricordo bene.
Mi piaceva leggere, e mi piaceva tanto leggere ad alta voce, intonare le frasi, raccontare.
Quando ho letto in chiesa, mi sono avvicinato al leggio goffamente, imbottito nel mio maglione e giacca a vento che mi imbarazzavano: era questo, che mi generava angoscia. Mi imbarazzavo molto, da bambino, soprattutto quando si trattava di parlare in pubblico; è una cosa che ora non capita più, ma solo per difesa personale, è evidente. L'unico momento in cui mi sentivo forte di fronte a tutti gli altri, era il momento della lettura, perché sapevo di saper leggere a voce alta.
Quando ho letto in chiesa, è stato bello, se non altro per il silenzio che c'è in chiesa quando leggi. Ho cercato di intonare le frasi, di raccontare. All'uscita, un'amica di mia madre mi disse che era stato bello, come se avessi letto una favola. E, sì, era una favola, per me, che altro?
Mi piaceva persino leggere a voce alta a scuola.
E quando, nella macchina che andava lentamente verso Bracciano, tutti e tre - Stefano, Federico, io - abbiamo pensato - lo so solo, che lo abbiamo pensato tutti e tre, perché ce lo siamo detti - a quando si legge ad alta voce a scuola, e devi leggere fino al punto e gli altri devono tenere il segno e cominciare dal punto, se no avrebbero rivelato di non essere attenti, be', lo abbiamo pensato perché stavo leggendo a voce alta. In macchina.
Con questo accento piemontese imbastardito dal ligure e forse anche dal romano - e un pochettino dal milanese, ma il milanese davvero non conta, e un pochettino dal catanese - senza che questa triplice alleanza abbia regalato alla mia lingua e alle mie labbra la capacità di emettere fonemi in dizione, leggevo l'ultimo racconto di David Foster Wallace edito in Italia. Perché quell'edizione che non ho comprato de La ragazza dai capelli strani, me l'ha regalata Ste, senza il bisogno di alcuna ricorrenza particolare.
Me l'ha regalata quella sera in cui Federico e lui stavano andando a una specie di riunione di vecchi amici dieci anni dopo - cosa che mi ha fatto ironizzare e chiedere se il sottoscritto, imbucato, dovesse recitar la parte dell'amico handicappato, o dell'artista maledetto o cos'altro, magari impegnandosi per rovinare la serata a tutti -, verso la memoria. E così, rigirando in mano quel volumetto cartonato con la faccia da bambino che mi viene quando qualcosa mi rende felice, l'ho aperto, e Stefano mi ha fatto notare la parentesi chiusa dietro al secondo numero, lì, dove si parla abitualmente dell'autore nei libri, sul risvolto della quarta di copertina. Lì, dove per la prima volta per Wallace il tempo verbale da usare era il passato.
E' stato un attimo, decidere di leggere a voce alta. Rendermi conto che forse era imbarazzante, per me, per Stefano, per Federico che, poveretto, non c'entrava nulla, e poi pensare che non mi imbarazza niente e che mi piace leggere a voce alta e intonare le frasi. Leggevo per me e per loro, e per la macchina e per i fari delle altre e per la luce che dovevo tenere accesa permettendo a chissà chi di vedere qualcosa, forse, come un'istantanea scattata a tre persone. A volte andavo avanti con le dita per vedere quanto mancava, ma non avevo fretta. L'avevo già letto, Brave Persone, e l'avevo sentito leggere. Per questo sapevo come volevo leggerlo e sapevo come doveva essere ascoltato. Chissà se si avverte, la mia intonazione che cerca di intonare e di dare ritmo, ho pensato.
Ho pensato a molte cose, ma non mi sono accorto che l'andatura della macchina stesse variando. Anzi, devo dire che fin dalle prime righe, superando la stranezza di sentire la mia stessa voce pronunciarle, sono stato certo che la strada sarebbe stata sufficientemente lunga da permettermi di finirlo, il racconto. E poi di decompensare.
E ho pensato a quando leggevo tra i banchi di scuola. E ho pensato che vorrei qualcuno a cui leggere a voce alta. E ho pensato che c'era un bel silenzio in macchina e che era giusto anche il ronzio del motore e ho pensato - questo lo dico qui per la prima volta - a quella volta in cui ho letto in chiesa, perché a un certo punto il protagonista maschile di questo racconto che è un'istantanea, un flash scattato, magari una macchina che passa velocissima e vede quella finestra spazio-temporale lì, che viaggia a una velocità relativa troppo elevata per fare altro che osservare e tenertela sulla retina - persistenza retinica, si chiama il fenomeno -, a un certo punto questo benedetto Lane A. Dean Jr. che è un ipocrita e un brav'uomo, un po' come tutti, pensa a un passo della bibbia e si ricorda la citazione, perfettamente, e si ricorda anche dove stava, Galati 4,16 e io, quel passo che ho letto allora, non sarei in grado di ritrovarlo. E' un brav'uomo ipocrita e di fede, questo Lane A. Dean Jr. E il racconto di Wallace è la memoria dilatata e ipertestuale di un'istantanea. E a me piace ancora leggere a voce alta, tant'è che nel delirio abbiamo persino pensato di organizzare un reading fra amici, una di quelle cose così snob e spocchiosa che però nella nostra testa, siccome verrebbe da noi, non lo sarebbe. Sarebbe solo bello. Magari una sera lo faremo sul serio, fra amici.
Poi, ma questo è già stato detto e non necessita di un altro punto di vista, abbiamo parlato di figa. E del fatto che forse per rovinare la serata a tutti avrei potuto presentarmi e dire alla padrona di casa, a voce alta e squadrando lei e le invitate a me sconosciute - e plagiando un amico assente, ma anche questo lo rivelo solo ora -: sì, ma figa ce n'è?
(*) Qui ci vuole la nota. Perché dopo si parlerà anche di Wallace. E perché ho capito, finalmente, un'altra piccola questione del mio modo di ragionare e argomentare, che è figlio di questa passione insana per la comunicazione e per internet. Che ti permette di poter aprire parentesi e finestre e schede e di essere ipertestuale. Ecco, le note sono la cosa più vicina all'ipertesto che ci sia su una pagina cartacea. Ed è bello trattare un blog come se fosse di carta. Mangiapreti. Oppure anticlericale. Ma mangiapreti era più forte e colorato.
(**) Questo post è da considerarsi come il controcampo di quanto scritto oggi da Stefano su Noantri, nel suo (1962-2008). Se dovete immaginarvi la situazione, pensate alla stessa scena (tre amici in macchina, il passeggero anteriore, Alberto, legge, Stefano guida, Federico è dietro. Alberto e Federico si conoscono poco) vista dai punti di vista del guidatore e del passeggero. Campo e controcampo, se vogliamo.
26 Ottobre 2008
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Monicelli e la gente e il superenalotto e l'empatia
Parlavo di Monicelli, da queste parti, qualcosa come due anni fa - tre giorni dopo, guarda i casi della vita, parlavo d'altro. Un altro che non è ancora finito -. Il che poi spiega, fra le altre cose, perché sia meraviglioso tenere un blog. Allora avevo appena visto fortuitamente La ragazza con la pistola al cinema sull'Isola Tiberina. Oggi è diverso.
Oggi, per traversie e corsi e ricorsi che hanno dell'incredibile, e che ruotano attraverso incontri fatti che nemmeno i sei gradi di separazione sarebbero soddisfatti nello spiegarli, posso raccontare altro. Nel mezzo di alcune fatiche lavorative, si incastra un numero zero. E in questo numero zero, una regia di studio e un'intervista, in questo benedetto studio, a Mario Monicelli, di cui ho curato, con piacere e emozione, perché negarlo, la regia. Poi si andrà in montaggio, e chissà se lo vedrete mai, questo piccolo pezzo di televisione in cui un grande regista - sì, quando me l'hanno presentato l'ho chiamato maestro anche se non gli piace essere chiamato maestro, ma si doveva fare, quantomeno per ovviare all'imbarazzo di dire, io, ebbene sì, sono il regista di questo programma, e dirlo a uno straordinario Regista 93enne, lucido, divertente e divertito come non riescono a essere molti miei coetanei - si racconta. Non si sa, non si sa se questo pezzo di televisione esisterà per qualcuno di diverso da coloro che l'hanno vissuto lì, e che, sono certo, confermeranno essere stato un momento lungo 36 minuti di enorme emozione e intensità.
Da lì, si corre verso un altro set. Diverso e altro, appunto. Il giorno dopo, mi godo una mezza giornata di libertà, atto doveroso nei confronti della mia schiena e del mio mal di testa.
Così, faccio una cosa che non facevo da mesi. Passeggio in mezzo alla gente di Roma e guardo [osservo, mi interrogo, analizzo, immagino, costruisco storie, pontifico e rimiro] i volti delle persone. Ce ne sono pochi, sorridenti, vogliamo dirlo?
Però. C'è la donna in carriera, con quel tailleur che scommetto ha visto in Sex & The City; ci sono le tre ragazzine emo (ma saranno vere emo?) che hanno tagliato da scuola e fanno a gara a farsi belle con il ragazzo della pizza a taglio - come se dice a Roma. A Torino si dice al taglio -; c'è un giovane vestito male, probabilmente depresso, magari affetto da chissà quale malattia mentale; c'è l'autista-scaricatore di merci, che ha dovuto vendere il suo furgone e affidarsi a una struttura più grossa per tirare avanti, e anche così non arriva a fine mese; c'è la commessa carina, quella meno carina che si trucca più di quella carina e sa che dovrà dimostrare qualcosa in più della collega; c'è la suora che sembra di mille anni fa e che vorresti fermare per chiederle perché ha fatto quella scelta lì, se per fede o cosa; c'è la dark, il nerd, la coppia di amiche che fanno shopping più o meno compulsivo; il calzolaio, sì, c'è un negozio la cui insegna recita proprio calzolaio: il retrobottega si intravede da fuori, avrà la stesa età della suora. C'è tutto. Ci sono primi piani bellissimi, volti che raccontano e raccontano e vorrei ascoltarli tutti, vorrei ascoltare le loro storie, la loro vita, i loro amori, il loro lavoro, la morte che vorrebbero.
Entro in un bar. E' la giornata del Superenalotto da 100 milioni - che poi verranno vinti a Catania. Ma a Roma mica lo sappiamo, ancora, che verranno vinti a Catania - e così gioco un euro, che male fa, senza azzeccare nemmeno un numero. Cosa peraltro probabilissima.
Mentre gioco al tavolino del bar entra una ragazza, molto bella. Si siede di fronte a me, si fa spiegare dal gestore del bar come si gioca, è la prima volta e ha pensato di provarci, che male fa. La guardo, mi suona il telefono, lavoro, come al solito. Finisco i miei numeri, lei sparisce nel nulla dopo aver giocato, immagino.
L'unica cosa che so è che non ha vinto nemmeno lei. E l'empatia che in qualche modo mi unisce a lei, per aver condiviso quell'istantanea della non vincita su cui si potrebbe scrivere perlomeno un bellissimo racconto, mi unisce a tutti i volti che ho visto e che vedo. E che racconterò, prima o poi, a modo mio.
19 Ottobre 2008
Offline:
Uscirne indenne
Uscire indenne da un week end non è cosa da poco, di questi tempi. Se ne esce indenni col lavoro. Ma la cosa interessante non è questa. La cosa interessante è la doppietta di salvataggi a me stesso operati nell'ordine di sabato sera (Rialto) e di domenica pomeriggio (Wallace e i libri senza acquisti).
Il sabato sera, dopo un aperitivo allungato, prosegue al Rialto, dove si consuma il salvataggio notturno. Ci volevo andare da tempo anche se non me ne ricordavo nemmeno: l'unica volta che avevo tentato l'ingresso, la coda mi aveva convinto a desistere. Ma ora, si va, in compagnia. Si va e si balla. In altre tempi, per resistere alla pesantezza dell'umanità concentrata in così pochi metri quadri - tentativi impacciati di seduzione, droghe e odori, goffaggini e imbarazzi, buttafuori e avventori e persino conoscenti e amici -, avrei sopperito alla mia incapacità di sopportare con un paio di birre. Questa volta non ce n'è stato troppo bisogno, bastava la musica e la voglia che avevo di ballare e di muovermi a tempo, una voglia che avevo da un sacco di tempo.
Certo, un conto è ballare con un po' d'alcol in corpo, un conto è farlo a secco: ci si rende subito conto di quanto sia difficile e di quanto sia ridicolo quasi tutto quello che ti circonda, incluso il proprio sé, la propria fisicità imbarazzante. Ma se riesci a superare la sensazione di ridicolo misto noia che si avvicina con un rumore bianco in convoluzione con il segnale su cui dovresti concentrarti - la musica, i visual, chi riesce a muoversi in maniera convincente, no, quelli no, sono corpi sudati e fallaci e mortali, anche quelli -, allora diventa tutto (quasi) sopportabile.
E poi, il salvataggio domenicale, dentro una libreria. Riesco a toccare tutti i libri che avrei voluto senza comprarli. Riesco a leggere l'inedito - in Italia - di Wallace, che sta dentro la nuova edizione de La ragazza dai capelli strani (Brave Persone, si intitola, ed è un Wallace inedito non solo in senso editoriale, un Wallace verso una nuova strada narrativa che non conosceremo mai più) e la bella prefazione della brava traduttrice, Martina Testa che commuove per la sua empatia e che, citando alcune consideraizoni dello stesso Wallace in merito a determinate caratteristiche del suo scrivere e del suo essere realista sebbene non minimalista, mi chiarisce, o meglio, formalizza - proprio come una bella formula matematica che piace tanto a chi ha una formazione ingegneristica, una formula elegante e omnidescrittiva - la motivazione per cui io lo senta così tanto, Wallace.
Tutto questo avviene naturalmente e senza danni per il mio stato d'animo e per le mie finanze, che sto puntellando, lentamente e pazientemente per sopperire ai danni causati da imperizia e malafede altrui. E dalla mia incapacità di uscire indenne da situazioni più scomode di quelle che offre un weekend romano.
18 Ottobre 2008
Attualità:
Dire no.
Non si può sempre dire no.
E' la giustificazione di quelli che devono mettere a tacere ogni forma di protesta, facendo passare chiunque si opponga a qualcosa come un portatore di isteria. E' un'ottima strategia di comunicazione, che è stata utilizzata in vari momenti, in varie circostanze (un esempio vicino al sottoscritto, il caso del movimento No TAV in Val di Susa).
Invece, si deve dire no. Si deve dire no ogni volta che questo no è fortemente motivato. Ma la fatica immane di chi dice no riguarda proprio la strategia di comunicazione, spesso inquinata da quegli stessi sostenitori della protesta che propongono motivazioni farraginose e poco sensate, che prestano il fianco agli attacchi - per esempio. Far sfilare i bambini contro la riforma della Gelmini è stata un'idea stupida. E ha permesso a certi tg di mostrare solo le immagini dei bambini -. I fautori dei no giusti avrebbero bisogno di studiare strategie di comunicazione.
Purtroppo però, da oggi, c'è un'altra illustre figura che si è allineata ai chi dice Non si può dire sempre di no. Trattasi di Napolitano Giorgio, Presidente della Repubblica. Cui mi sento di ribattere, banalmente: no.
15 Ottobre 2008
Offline:
Andare via
Anche questo è blog: ti suona il telefono e un'amica ti chiede di scrivere qualcosa su Saviano. Perché, chiedi tu. Perché se ne vuole andare dall'Italia. E tu le rispondi, laconico: lo so. Ha ragione. E poi, io cosa dovrei dire? Ma lei insiste: se non ti indigni per questo.
Ora, tu apri il pannello di controllo di questo benedetto blog dove hai pontificato un po' su tutto, e anche se ti sembra inutile, pontifichi anche su questo, perché sia chiaro: l'indignazione è, deve essere, è forzata a essere quotidiana.
Saviano l'ho incrociato un anno fa a Salina, a un festival cinematografico dedicato al documentario. Io ero lì, ospite con altri registi di documentari, un piccolo nulla nel nulla. Lui invece riceveva un premio che consisteva, fra l'altro, in un soggiorno a Salina di una settimana per due persone. La battuta amara fu, ovviamente, relativa al fatto che, eventualmente, quelle due persone sarebbero state sotto scorta. Mi colpì, come è evidente colpisca tutti, per la sua personalità e per le cose che ha da dire e per come le die.
Ora. Saviano si è rotto le palle. E chi non si sarebbe rotto le palle al posto suo? Io mi rompo le palle ogni santo giorno. Mi rompo le palle dell'italietta che giustifica tutto, della sua (a)morale e delle sue colpe, dei suoi berlusconi e carfagne, ma anche dei suoi bertinotti e veltroni, dei padroni incompetenti e dei servi leccaculo, di un sistema che tollera e fa affari con le mafie e le camorre e le 'ndranghete e che alla fine giustifica tutto in nome del fottere il prossimo facendo crescere rigoglioso il proprio orticello. E va a finire, vedi, che per scrivere di Saviano finisce che scrivo di me stesso.
Per forza. Perché quel che succede a Saviano, riguarda me e riguarda tutti, in misure e modi diversi. Perché tutti i santi giorni veniamo privati di qualche libertà e accettiamo meschinamente e banalmente per la missione insignificante di cui ci siamo autoinvestiti per istinto e per colpa originale: tirare avanti, furbetti e meschini come pochi, razzolare nel cortiletto e non vedere al di là di un paio di birre e di un'autoconsapevolezza immotivata.
Parlo di me, perché il piano per uccidere Saviano è una roba che ci dovrebbe far vergognare tutti: partorito dal ventre molle del nostro stesso paese, è un pezzo di noi che ha preso il controllo sul resto, un'escrescenza organica e organizzata che ci divora da dentro.
Io non ho sentito voci autorevoli di chi pensa a togliersi i sassolini - processi, per esempio, per corruzione - dalle scarpe levarsi a favore di questo ragazzo, non ho visto i grandi nomi fare le barricate. E così, questo ragazzo arriva a dire:Non so se rifarei tutto quello che ho fatto. Sono sicuro di aver compiuto una cosa importante, ma non c'è mattina in cui mi chiedo perchè l'ho fatto e non mi so rispondere, non so se ne valeva davvero la pena.
Per me, misero osservatore esterno, ne valeva la pena. Ma c'è un fatto: Saviano è un ragazzo - santoddio, mi sento un ragazzo io quindi lo è anche lui -, si è rotto le palle di non poter avere una vita normale e dice di volersene andare. E' una fuga, la sua, verso una vita più normale, e quindi più libera, e quindi sacrosanta.
Ma chi sono io per rispondere alla richiesta di quest'amica e scrivere di/su/per Saviano? Niente. Sono uno che mette in fila parole e riflessioni, e che oggi si accorge che sono arrivati anche i politici, a esprimere solidarietà allo scrittore, e addirittura il Presidente del Senato Schifani, addirittura. Ci sono anche loro, sì, finalmente. Loro che non ci fanno vivere in un Paese per Giovani.
Ci penso spesso anch'io, alla fuga - e via, a riparlar di me - e conosco molte persone che ci pensano quasi ogni giorno. Ci penso perché mi sono rotto le palle - forse non abbastanza -, ma mi chiedo: cosa risolverebbe, andare via, per uno qualsiasi?
Risolverebbe, forse.
Risolve, sicuramente, per uno come Roberto Saviano, cui dovrebbe andare ogni giorno, ogni momento, la stima, la gratitudine di chi ancora crede nella cultura della legalità, nella morale, nella giustizia.
13 Ottobre 2008
Personale:
Cos'è diventato questo posto
Una volta qui c'era altra gente a scrivere. I modi e le maniere in cui ci sono finito io sono di scarso interesse, probabilmente, e probabilmente chi legge ancora li conosce bene, o non gli interessa conoscerli.
Però è lecito chiedersi cosa sia diventato questo posto. Da indignazione a sfoghi personali, da blog personale a militanza quotidiana a piccoli appunti di ricordi letterari e di viaggio a vetrina personale a luogo che non ha quasi più lettori o che li ha nascosti, a non-luogo-contenitore dei miei deliri contenuti, a contenitore di qualcosa che a volte è quotidiana a volte sparisce.
Chiedersi cosa sia diventato questo posto è come chiedersi cosa sia diventato io. E quel che sono io è qualcosa di indefinito e indefinibile, per ora, qualcosa che tende a. Questo posto è qualcosa che ospita le fantasie anche troppo concrete di qualcuno che vorrebbe disperatamente abbandonare quest'Italia mafiosa e ipocrita, nepotistica e colonizzata dai lacché. Qualcuno che ci prova quotidianamente, ed è fiero di farlo, e si addormenta con due bicchieri di whiskey o con una tisana e pensa e ragiona e non ferma mai i pensieri e sogna fortissimo e si sveglia con l'incubo di avere un cancro al cervello o con la felicità di essersi addormentato accanto al calore umano. Al mattino, poi, non c'è né il cancro né il calore umano, e non si sa cosa sia peggio.
Qui, riga dopo riga di parole messe insieme per questo infinito bisogno di comunicare - che magari sembrerà un grido disperato della serie io esisto. Be', no, non è così. Che io esista, è fuori di dubbio -, c'è la fatica di chi fa un passo dopo l'altro verso miraggi che non significano niente, come niente significano tutti questi sforzi, se non la possibilità di guardare a me e al mondo in maniera empatica e, finalmente, felice.
Quindi, insomma. Grazie a chi ci passa ancora, da queste parti, e si sorbisce momenti diaristici e personali che possono anche sembrare di matrice adolescenziale. E magari, vivaddio o chi per lui, lo sono anche.
12 Ottobre 2008
Grilli per la Testa:
L'arte che non è silenzio, e David Foster Wallace e la scelta su come guardare il mondo
Mi dispiace ma devo dirlo: non sono d'accordo. L'arte non è silenzio.
Nonostante la discussione nottetempo con un caro amico, nonostante tutto, continuo a avere una visione pànica, panteistica, dell'arte.
Per me l'arte è condivisione. Per me è necessario attingere dalle conoscenze altrui e, allo stesso modo, è necessario condividere le mie poche: se l'arte fosse circondata dal silenzio, io non la conoscerei, e non è detto che parlarne sia farne scempio.
Ecco perché, per esempio, ho questo impulso a regalare libri di David Foster Wallace. Perché ho bisogno di condividerlo, e magari di parlarne con qualcuno. E' una cosa che - pensa un po' - è stata detta questa sera sul palco del Teatro Ghione. E io mi sono sentito un po' meno volgare, nel mio bisogno di condivisione.
Insomma, è con questo spirito, e con una macchina che puzza terribilmente di birra - il motivo per cui puzza di birra è veramente una storia troppo lunga da raccontare, sebbene tragicomica - che mi avvio al Teatro Ghione dove è prevista una serie di brevi letture da brani di David Foster Wallace, a un mese dalla sua scomparsa, organizzata dai suoi Editori italiani, e con i suoi traduttori - fra cui un'emozionatissima Martina Testa, scopriremo più tardi - fra le fila dei lettori.
Ironia della sorte, la persona che mi aveva invitato alla serata non è venuta e quella manciata di inviti che avevo lanciato in aria a poche anime salve - o ritenute tali dal sottoscritto -, in aria son restati, per i motivi più variopinti. Fra di essi, anche l'amico di cui sopra.
Così, a questo Teatro Ghione di cui ignoravo perfino l'esistenza fino a questa sera, sono andato da solo (ah, ci sarebbe da leggere una serie di brevi ricordi, pubblicati sul magazine di Minimum Fax. Eccoli).
Gente ce n'era, sì. Non tanta, eh. Ho cominciato almeno tre volte a contare i presenti, e tre volte mi sono arreso per noia. Saremo stati un centinaio, via, disposti in maniera assolutamente casuale fra le sedute del teatro anche se sono abbastanza convinto del fatto che visti dall'alto formassimo una specie di albero di Natale.
C'erano anche le telecamere di Nessuno Tv, con questo strano effetto audio generato - almeno nel sottoscritto, rigorosamente nelle file posteriori - dalla voce cavernosa del regista che chiamava le camere in onda. Ma andava bene anche così. Prima dell'inizio ho comprato due Wallace: uno per un altro amico, TTTT. L'aveva prestato, non si sa a chi, e non l'aveva più; è il suo regalo di compleanno in ritardo - a proposito di libri prestati, anch'io avevo prestato Oblio, come ricorderà qualcuno fra i miei lettori. E ho scoperto a chi, in qualche modo, grazie a Facebook. Cosa che mi porta a chiedermi cosa direbbe DFW dei social network. Tant'è, riavrò Oblio, senza ricomprarlo -. L'altro, per me - non posso fare a meno di spendere soldi in libri anche se non dovrei. Del resto, mio nonno, l'unico essere umano al mondo all'infuori di me cui mi sento di dare quasi sempre ragione, ha fatto debiti solo per i libri, e il sangue non è acqua e la genetica vorrà pur dire qualcosa -: Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso.
Avrei voluto mettermi a osservare tutti i presenti, per capire chi c'era per piacere, chi per dovere, chi per dirlo - io forse ero lì per dirlo, visto che lo dico qui? No. Io so che non è così e tanto basta -, ma sarebbe stato un gioco al massacro. E probabilmente sarebbe stato troppo facile, dall'alto del mio posto di Illustre Sconosciuto In Penultima Fila.
Scorrono veloci, le letture, anche se bisogna ammettere che anche leggere è un'Arte e non solo intrattenimento, e non è detto che tutti siano in grado di leggere. E così dall'incipit di Una cosa divertente che non farò mai più a E' tutto verde si arriva, passando attraverso i saggi, a un brano monumentale di Infinite Jest e poi al racconto inedito dalla nuova edizione de La ragazza dai capelli strani letto da una commossa - appunto - Martina Testa.
Ora, a tratti c'è stata anche empatia, c'è stato quel silenzio che doveva esserci anche se le letture non erano affidate a attori, cosa che non aiuta e che può creare quell'imbarazzo di quando si sentono le letture in Chiesa, anche se sono almeno 15 anni che non ci vado, e non chiedetemi perché ho questo ricordo, io che in Chiesa ho persino letto, una volta, e ci tenevo che fosse una bella lettura perché è bello raccontare le storie alle persone.
Ma se dovessi scegliere una cosa che mi è piaciuta davvero, di questa strana serata - oltre alla commozione di Martina Testa -, be', è stata la risata. La risata che ogni tanto emergeva nel constatare la bellezza di alcune osservazioni di Wallace, il suo straordinario umorismo. Una risata mai amara ma sincera, che accompagna il ricordo di quello che, per quanto mi riguarda, è uno dei più grandi intrattenitori del pianeta.
Lascio il Teatro Ghione con questi pensieri e salgo sulla macchina che puzza di birra. Il navigatore mi porterà a casa senza che io debba ragionare troppo, e potrò chiudermi in stanza a scrivere queste cosette quando avrei ben altro da fare. A scrivere queste cosette solo perché mi va, e perché mi va di chiuderle con una frase di Wallace, pronunciata in occasione di un discorso per la consegna di diplomi di laurea - discorso in cui, pensate un po', si fa cenno al suicidio per parlare della mente e del saper pensare -. Be', Wallace chiude così:
L'unica cosa vera con la "v" maiuscola è che avete la possibilità di scegliere come guardare il mondo.
Personale:
Le Officine Marconi e La Ragazza Che Non Sapeva Ballare
Io ho questo rapporto con certi tipi di arte, questo rapporto di fascinazione che però non riesce a prescindere da una convinzione: ci sono performance che sarebbero davvero belle, se durassero un po' meno.
Eppure, questa Notte digitale del Romaeuropa Festival 2008, non è stata per niente male. Anzi. Dalla storia dell'universo dal cromosoma alle costellazioni in Datamatics [ver 2.0] di Ryoji Ykeda - roba da ascoltare con i tappi alle orechie per filtrare con un passabasso frequenze altrimenti impossibili da accettare. Il nudo dato che diventa arte audiovisiva - alla splendida Nascent di Gina Czarnecki, una performance dell'Australian Dance Theatre che si trasformava - videoarte, eccola - in strutture laocoontiane post-organiche. Bello. Globalmente, poteva durare tutto meno, ecco, ma insomma, anche per chi prova noia per tutto quel che riguarda l'industria dell'entertainment, alla fine è stata una bella esperienza sensoriale. Minuti tolti all'inutilità e spesi a osservare, sentire e lasciar correre i pensieri in libertà.
Non è poco.
Per chiudere, un bel live set con Gilles Peterson. Ed è qui che si consuma il misfatto. La selezione musicale è di quelle che ti fa venire voglia di ballare anche se la gente intorno a te non si muove poi tanto. Finché noti Lei. Cioè, ti dici, generalmente veder ballare una donna è una bella esperienza. Anche se lei è un po' di legno. La donna è graziosa e aggraziata e ha parti del corpo che sembrano fatte per muoversi e per essere guardate mentre si muovono, gli spigoli diventano curve e alle curve si perdona anche uno scarso senso del ritmo.
Ma qui parliamo della Ragazza Che Non Sapeva Ballare. Un capolavoro di goffaggine e inettitudine cinetica - il tutto shakerato come un mix sapiente nel corpo di una signorina tutto sommato piacente - che soffriva di un'aggiunta che rendeva il tutto grottesco: le nozioni base. Dovevano averle detto, un tempo, che tenere una mano sulla coscia, fare leva sulle dita del piede per arcuare meglio e slanciare il polpaccio, muovere la testa lasciando sventolare i capelli, agitare il fondoschiena, be', dovevano averle detto che tutto ciò aiuta, che rende sensuali.
Solo che nessuno doveva averle spiegato come dare un senso compiuto ai suoi movimenti di danza. Tutti questi eventi corporei avvenivano con cadenze inusitate, un 7/8 o forse un 16/3 o forse una ritmica mai vista, sostenuta da una gamba che continuava a battere in terra mancando clamorosamente qualsiasi beat e regalando, al complesso della visione, un'atmosfera surreale. E qui non si pretende chissà ché, sia chiaro. Quel minimo, minimo sindacale di grazia e movimento che rende la visione della Ragazza Che Balla un piacere per gli occhi.
Ma niente. Ero meglio io, come spettacolo. Il che la dice lunga. Ovviamente, la sua performance legnosa non le ha impedito di essere prontamente rimorchiata da un rastaman. Chissà, magari le insegnerà il senso del ritmo suonando i bonghi in un qualsiasi Parco Sempione.
3 Ottobre 2008
Grilli per la Testa:
Destino. Serendipità. Kismet.
Leggere queste tre parole in fila, anzi, rileggerle in un punto morto di Infinite Jest - uno di quei punti che ti rimane in testa e devi recuperare anche se sei passato oltre, perché sta nella zona morta, lì, come sulla punta della lingua, come sulla punta della mente - fa capire molte cose.
Per esempio, a proposito delle mie personali ossessioni.
30 Settembre 2008
Attualità:
Guerre Giuste

Si è tanto indignato, Gasparri, per questa vignetta di Mauro Biani.
Io mi indigno per l'indignazione, ma non mi meraviglio.
E il coro di scuse, spero che si interrompa presto, ché qui non c'è nessuno che debba chiedere scusa.
O meglio, c'è un sacco di gente che dovrebbe chiedere scusa all'Italia, ma questa è un'altra storia, e Mauro c'entra poco o niente.
Se ce ne fosse bisogno, ancora una volta, qui si difende la satira, sempre e comunque.
Offline:
Anno del Pannolone Per Adulti Depend. Wallace non è Cobain
Io penso che esistano diversi tipi di suicidi. Io non sono una di quelle che si odiano. Che dicono 'Io sono una merda e il mondo starebbe molto meglio senza di me' ma poi si divertono a immaginare quello che dirà la gente al suo funerale. Ho incontrato tipi come quelli nei reparti. Povero-me-mi-odio-punitemi-venite-al-mio-funerale. Poi ti mostrano una foto 20×25 del loro gatto morto. Sono tutte stronzate di gente che si commisera .Sono stronzate. Io non avevo nessun rancore speciale. Non mi avevano bocciata a un esame e non ero stata scaricata da nessuno. Quella gente lì. Si fa del male.
E' Kate Gompert(*) a dirlo, in Infinite Jest. Ora, sia chiaro, questo non è uno scritto su David Foster Wallace. Non è niente, in realtà. Solo che pensavo come siano state fatte mille - mille, ci piacerebbe. In Italia non se lo ricorda già più nessuno, fatti salvi i gestori delle librerie di letteratura straniera che hanno dovuto ordinare nuove ristampe dei suoi libri in lingua - speculazioni sul suicidio di Wallace, e pensavo che quasi tutti hanno citato gli stessi passi, per parlarne.
In realtà, come si diceva con qualche amico, tutta l'opera di Wallace è pregna di dolore, morte, tematiche suicide e profonda empatia con la sopportazione del dolore stesso, con la lotta per sconfiggerlo - è un concetto che si trova addirittura nei saggi, in "Considera l'aragosta", per esempio -.
Ecco, poi sulla stampa estera si è parlato di depressione. Di un cancro, forse, di medicinali non più presi. Perché quando un quarantaseienne geniale scrittore di successo si impicca, be', sembra proprio che la società - almeno, quella che si interessa di letteratura, eh. Wallace non è Cobain - si debba chiedere perché, e abbia bisogno di risposte.
Risposte che probabilmente erano sotto gli occhi di tutti, in decine di pagine di DFW. E probabilmente anche nei passi di Infinite Jest che riporto. E' sempre Kate Gompert a parlare, ed è facile dirlo, adesso, col senno di poi. Facile e probabilmente insensato. Ma quelli che seguono restano altissimi sprazzi di letteratura.
Non volevo farmi del male. O diciamo punirmi. Io non mi odio. Volevo solo chiamarmi fuori. Non volevo più giocare, tutto qui.
Volevo solo smettere di essere cosciente. Io sono un tipo del tutto diverso. Volevo smettere di sentirmi come mi sentivo. Se avessi potuto semplicemente infilarmi in un lunghissimo coma, l'avrei fatto. O darmi una scarica di elettroshock, avrei fatto così.
L'ultima cosa che volevo era altro dolore. Solo non volevo più sentirmi così. Non credo... non credevo che quella sensazione se ne sarebbe mai andata. Non lo credo. Non lo credo neanche ora. Preferirei non sentire niente piuttosto che questo.
Io non voglio niente se non che la sensazione se ne vada via. Ma lei non se ne va. Parte della sensazione è sentire di voler fare qualsiasi cosa pur di farla andare via. Deve capire questo. Qualsiasi cosa. Capisce? Non è un voler farsi del male, è un voler non farsi del male.
(*) Kate Gompert è il nome di una persona che Wallace conosceva realmente. La vera Kate denunciò lo scrittore e il suo editore dopo che Infinite Jest fu pubblicato.
26 Settembre 2008
Attualità:
Non è un paese per poveri
Qualche giorno fa parlavo dell'ordinanza Alemanno che punisce in qualche modo clienti e prostitute in quel di Roma. Che hanno già trovato il modo di aggirare quest'ordinanza da medioevo, fortunatamente.
Oggi, chissà perché, mi va di pontificare sul fatto che a Milano non ci si possono più fare le canne.
O meglio, perché questo è il bello, se uno si fuma quello che ai giornali piace tanto chiamare spinello - termine obsoleto, abusato e evocatore di chissà quali malefici - sotto la madunina, se colto in flagrante - resta da capire come. Assaggeranno, i vigili? - dovrà pagare 500 euro.
Il proibizionismo, come al solito, rivela tutta la sua pochezza nell'essere un deterrente solo per i poveri. Al massimo per la middle class. I ricchi potranno continuare a andare a puttane nelle case chiuse che secondo la legge non esistono e potranno continuare, come al solito, indisturbati a farsi di qualunque sostanza stupefacente che capiti a tiro di mani, bocche, vene o narici.
Con il vantaggio che ci sarà qualche poveraccio che pagherà anche per loro.
23 Settembre 2008
Personale:
Come undici anni fa
Aveva un senso undici anni fa, questa sensazione di gioventù, di entusiasmo. Quando entravo per la prima volta da solo nella casa di Genova che mi avrebbe ospitato per due anni - immaginavo allora il nomadismo permanente? certo che no - con le borse della spesa. Via Bainsizza, si chiamava, una via chiusa, parallela a Corso Europa. In certe ore della giornata, non si trovava parcheggio neanche a pagarlo oro, signora mia. E la vicina del piano di sotto, che una volta mi ha mandato i vigili, da quando le parcheggiavo il motorino nel giardino pagandola poche lire, mi salutava col sorriso.
Ora rientro nei 45 metri quadrati torinesi con due borse analoghe e undici anni di più. Ma non è cambiato nulla. E' la prima spesa che faccio qui, a casa "mia" - mia fra vent'anni, alla banca e agli eventi piacendo, anch'io, come tutti, schiavo del microcredito -, i primi acquisti vegetariani a Vanchiglia che finiscono nel mio frigo, nella mia dispensa - sì, c'è la dispensa, a casa - e in parte nel mio stomaco, cucinati dal sottoscritto e consumati velocemente sul tavolo della cucina prima di andare a vedere Burn after reading dei fratelli Coen (vedetelo, per forza, con quell'amarezza che anche nel comedy riesce a essere splendidamente chiara, nella sua rappresentazione di un mondo che va non si sa bene dove).
Però, per dire, fare la spesa non è stato come undici anni fa. Ormai faccio attenzione a tutto, provenienze, ingredienti, certificazioni. Come se ci si potesse fidare. Ma a qualcosa bisognerà pur credere, no? E' una tortura, fare la spesa con la consapevolezza - 39 euro e rotti per qualcosa che non mi sembra valerli, ma non è questo il punto. Ah, per la cronaca, fanno ancora quegli strani cosi che rispondono al ridicolo nome di Gioppini. Ne scrissi, quasi mille anni fa, da Roma. Ovviamente, li ho comprati -, chiedersi perché comprare burro delle Valli di Non, uova di Perugia e via dicendo. Per quale inutile motivo? La coerenza va a farsi fottere, a fare la spesa nel posto più vicino e comodo, te la tieni, la coerenza.
Te la tieni e cerchi di farne un vanto, della coerenza, anche quando ti ridono in faccia perché vuoi il giusto da chi dovrebbe pagarti, anche quando vorresti fare le cose belle pure se belle non servono, anche quando pensi che stai tutti i giorni a cercare di fare qualcosa e a scriverne, e lo facevi anche undici anni fa, anche se non c'erano i blog.
C'era più speranza, però: speranza di cambiare le cose. Oggi - dopo che hai ascoltato quella merda del nuovo album dei Queen + Paul Rodgers, ad aggravare le cose - ti guardi attorno e vedi gente che spera ancora, sì. Che spera di tirare avanti a campare, sembrano prospettarsi tempi cupi, ancora più cupi. Ma di fronte a questa sensazione giovanile, c'è ben poco che conta, e come undici anni fa penso che le cose cambieranno in meglio, prima o poi.
22 Settembre 2008
Personale:
I libri prima che si faccia la prima cena
Insomma, oggi la giornata era di quelle da anni '70. Il quasi trentenne che parte dalla città e se ne va dalla famiglia in campagna a fare il pranzo domenicale. Un'immagine davvero di altri tempi. Tempi di austerity, probabilmente. Come questi, del resto.
Fai quei trentacinque chilometri come se fossero un viaggio nel tempo: trovi tua madre, i tuoi nonni, il cane. Quelle cose che ti riportano in un passato che probabilmente non hai nemmeno vissuto.
E poi, ecco che giunge, velocissimo, il momento di tornare, perché non ha senso, adesso, fermarsi a dormire lì. Forse importerà un giorno, ma ora c'è altro da fare. C'è da prendere i libri che andranno a accompagnare Lui In Persona, l'unico libro fino a oggi presente nella mia libreria. C'è da scegliere la prima tornata.
E' un'operazione potenzialmente infinita, che rivela la formazione scientifica del sottoscritto che, privo di una guida letteraria, si è arrabattato fra consigli e intuizioni e gusto. E così, adesso, eccoli lì, li ho scelti quasi tutti già letti, con le mie ossessioni vecchie e nuove. C'è una copia autografata de La variante di Luneburg di Maurensig - l'unico libro che io possieda autografato, insieme a El Paseo de Gracia di Mario Soldati, ma quello non è ancora a casa -, c'è Cecità di Saramago, e c'è anche Il Vangelo secondo Gesù Cristo, e La Storia dei RosaCroce. C'è Franzen, c'è Carver, c'è Cioran. C'è l'autobiografia di Fabrizio De André. C'è Calvino, Gli amori difficili, ci sono Saviano e Kierkegaard, c'è La psicologia del giocatore di scacchi (che mi è stato prestato e lo devo restituire per forza), c'è Rilke e c'è la Dickinson. Qualche monografia su registi (John Woo, Fellini, Hitchcock) e Fare un film di Fellini, Scrivere con la luce di Storaro e Il Piccolo Principe, Lansdale e il primo numero di The Believer. E molti altri, andando avanti così, come una playlist di titoli folle e senza controllo.
E poi ci sono Considera l'aragosta, Oblio - no, Oblio no, l'ho prestato, maledizione, e non è mai tornato -, La ragazza dai capelli strani, e Infinite Jest che era lì da prima.
Li sistemo nella libreria, ed è una specie di gesto catartico: ricordo, più o meno, la provenienza di tutti. Anzi, direi di tutti, ma sarebbe una menzogna. Questo l'ho comprato a Torino, in stazione a Porta Nuova, tornando a casa dopo essere sceso dal 65. Questo a Genova, alla Feltrinelli. Questo a Roma, e anche questo. Questo me l'hanno regalato per il mio compleanno. Questo ho iniziato a leggerlo in spiaggia. E' incredibile quanti libri si possano accumulare in una vita, in mezza vita, forse. Dai 18 anni a Genova ai quasi 30 a Torino ho cambiato almeno 10 case e in ognuna ho portato qualche libro che ho comprato. Molti giacciono in scatoloni che prima o poi dovrò affrontare - affrontare perché dentro a alcuni di essi si trovano fogli e scritti che sarebbe bene non leggere -, accumulati lì. Molti letti. Molti non letti.
Li sistemo, quelli della prima scelta, e compilo, lentamente, queste righe, per ricordare quali sono state le mie scelte prima di ogni altra cosa, prima che si faccia, finalmente, la prima cena a casa. Anche quello sarà un momento catartico.
19 Settembre 2008
Attualità:
La speranza in una prostituta vestita
Mi ritrovo spesso a pensare con un manipolo di amici che questo non sia un paese per giovani. E' subdolo e reazionario, questo inesistente regime che ci circonda e ci fa accettare tutto senza nemmeno provare a alzare la testa e fare la rivoluzione. Ché in Italia sarebbe fare la rivoluzione anche solo alzare la testa.
Menti offuscate da questo tentativo di normalizzazione repressiva che proviene dai vecchi - i poteri vecchi, sia chiaro -, ci aggiriamo in un'esistenza che sfiora la noia, un immenso blob di noia che impedisce la reazione al reazionario.
Ci beviamo la peggior riforma della scuola di sempre, ci beviamo il lodo Alfano e le chiacchiere sul papa e la Guzzanti - che io, mica la difenderei, la Guzzanti. Ma in questo caso, per dire, anche Dante Alighieri se l'è presa con qualche papa da girone infernale, e la cosa non ha suscitato interrogazioni parlamentari. Ah, sì, l'esilio. Ma che c'entra - e sul perdono e sulle puttane.
Mi indigno ancora, tutte le volte che questa egemonia culturale deteriore riemerge in tutta la sua ipocrisia, e mi chiedo come e perché mi venga ancora voglia di indignarmi. Faccio la Salaria dopo l'ordinanza Alemanno. Non ci sono prostitute, non una, e la cosa è surreale. Né il giorno né la notte.
Il dramma di misure come quella di Alemanno, una misura che bandisce l'abbigliamento succinto e gli atteggiamenti di adescamento esplicito - al punto da spingere i vigili a suggerire, ironicamente, si spera, alle ragazze romane di evitare le gonne troppo corte - è che sono populiste e propagandistiche e non tengono conto delle condizioni al contorno e delle ragioni sociali di un fenomeno - la prostituzione, in questo caso. Che è pure il mestiere più vecchio del mondo, si dice -, non si preoccupano di tutte le parti in causa (mestieranti, clienti, papponi, per citarne tre escluse dal calcolo politico alemanniano) ma badano alla fonte energetica immediata, allo zucchero da bruciare, al soldo preziosissimo dell'apparenza.
Così sei lì, col tuo manipolo di amici, a perdere la speranza. La perdi a ogni raccomandazione, a ogni stortura, a ogni gesto di prevaricazione, ma anche se la perdi, lotti perché non consideri opzionabile il fallimento.
E poi, d'un tratto, quando hai caricato la macchina e riparti per un'altra tappa della tua vita nomade, la ritrovi. Alla fermata dell'autobus, sulla Salaria, ci sono due prostitute. Sono vestite di tutto punto e si comportano sobriamente. Sorridono del loro solito sorriso da prostitute sulla Salaria, e di quel sorriso ti nutri per ritrovare la speranza.
17 Settembre 2008
L'Angolo di Amleto:
Finirà tutto a puttane
Per la prima volta, l'atteggiamento oscurantista propugnato dall'ABC della nuova politica italiana, Alemanno, Berlusconi e Carfagna, fa sì che il sottoscritto consideri l'ipotesi di andare a puttane.
Ora, considerato il fatto che anche l'Italia sta andando a puttane, c'è da chiedersi se il sottoscritto e l'Italia verranno sanzionati entrambi, e in egual misura. Del resto, in entrambi i casi trattasi di scelte volontarie e consapevoli.


