Speciale Far East Film 6, 23 Aprile 2004
Recensioni: L'estate di Kikujiro
L'estate di Kikujiro di Francesco Ganassin Sin da piccolo ho la sensazione che alcune delle persone che incontro sappiano volare. La creatività incontenibile, l'intensità dello sguardo, il carisma dei grandi condottieri studiati nei libri di storia, pragmatismo ed idealismo fusi in una miscela sopraffina, una semplicità ed una naturalezza disarmanti, mi spingono a credere che sì, per qualcuno non sarebbe poi così difficile spiccare un salto e librarsi tra le nuvole, volare. Non l'ho mai incontrato, ma sono certo che Kitano sappia volare molto in alto. Gli bastano uno sguardo, una inquadratura, per dire ciò che decine di frasi formulate con parole sudate da un comune mortale non riescono nemmeno a far intuire. (ndA continuando a leggere verranno raccontati fatti e ed eventi che potrebbero rovinarvi delle sorprese, in caso foste intenzionati a vedere il film per la prima volta). E' la dote dei grandi, saper volare, e forse quell'angelo che Masao riceve in dono da Kikujiro e le ali sul suo zaino sono un indizio che Kitano ci dà, per farci capire chi può riuscire a librarsi in alto. Un bimbo che sappia giocare, se trascinato dall'angelo campanellino, può danzare tra le nuvole. Ecco cosa Kitano ci invita a cercare, come già aveva fatto in Sonatine: quella miscela di saggezza e di innocenza che stanno nel gioco, nel sorriso, che fanno del dolore una necessità meno opprimente. E così accade che Masao venga iniziato alla vita, ai dolori della vita, non tanto per l'amara scoperta che la madre lo ha abbandonato, quanto grazie ai giochi che Kikujiro, capocomico di una improvvisata e sgangherata combriccola di strani personaggi, organizza per lui. Finisce l'estate e Masao, dopo aver salutato l'uomo che gli ha insegnato a vivere-volare e che ancora non aveva un nome, può correre verso casa, sbattendo le sue ali, certo che basterebbe un balzo per spiccare il volo. Scritto da Daniele Di Stanio il 23 Aprile 2004 alle 15:08 | TrackBack
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