Offline, 5 Dicembre 2005
Breece D'J Pancake - Consigliando uno scrittore
Era la seconda volta. Cioè, era l'ennesima volta a Anguille e Capitoni(*) - ennesima in questo caso ha una valenza talmente precisa e estesa da arrivare a rasentare la noia o quantomeno la voglia di sperimentare qualche altro locale, ma si sa come vanno queste cose, ci sono persone che accentrano compagnie di vario genere e estrazione sociale e interessi (cosa mai vera come in questo caso) e tu ti adegui al locale che frequentano, se vuoi stare con loro - in piedi nello spazio aperto circondato da muretti, ai margini di Trastevere - oltre alla collocazione ai margini di Trastevere, sono quei muretti e quelle scale che fanno la fortuna di quel locale; e la facciano pure anche d'inverno, ma se dio vuole e il maltempo, invece di limitarsi a suscitar polemiche perché non si è prevenuto invece di curare, ci assiste anche a Roma, magari noi ci scegliamo (per l'inverno, solo per l'inverno, poi ci torniamo, che a me piace un sacco Frenuli e Rognoni(*)) un altro locale.
Comunque, dicevo, era la seconda volta. Sì, c'è questa persona, Luca, che incontro praticamente solo quando ci si vede lì, a Zoccoli e Speroni(*) - e il bello è che lì ci arrivi veramente a tutte le ore, ci puoi arrivare per l'aperitivo, fino alle 22, oppure dopo l'una e comunque ci trovi gente, e fin troppo spesso gente che conosci. E Roma non è come Genova - ed era la seconda volta che mi consigliava un libro, I Trilobiti, e il suo autore, Breece D'J Pancake - che in realtà si chiamerebbe Breece D. Pancake ma, pensate un po', quando gli spedirono le bozze del suo primo racconto quel D. si era trasformato in D'J per refuso e lui decise di non correggerlo, il che dovrebbe darvi l'idea del tipo e possibilmente generare un moto di avvicinamento o allontanamento a seconda delle vostre inclinazioni. Cosa buona e giusta in entrambi i casi, credetemi: le inclinazioni non vanno mai contrariate. L'avessi saputo prima, forse non avrei atteso la seconda volta e la casualità - tessendone le lodi.
Ora, a Confetture e Marroni (***) non vi dico di cosa si parla perché c'è casa di Haber, lì vicino; dovrebbe bastarvi questo per capire che varia umanità vi si raduni: un bestiario umano numerabile e ordinabile, dall'analfabeta all'artistoide, facendo il giro e passando per il metalmeccanico. Si parla di Lost - faccio sempre così, dico cosa non c'è bisogno di dire e poi lo dico -, si parla di televisione, di cinema, di vino, di fica, ma di qualsiasi cosa si parli, quasi sempre si parla troppo di quella cosa, o almeno con troppa enfasi. Fa parte delle regole non scritte, se si vuole stare lì.
Ecco perché quando per la seconda volta Luca mi parla de I Trilobiti non gli dò troppo peso, non subito almeno, ché mi sembra una di quelle cose tipiche del troppo di Perdenti e Rosiconi(*). Va detto, inoltre, che Breece D'J Pancake è perfetto per essere definito a priori un grande scrittore: ha lasciato solamente 12 racconti 12 pubblicati postumi nel 1983 e si è sparato nel 1979, alla tenera età di 26 anni (come a dire, io sono in tempo fino al 9 dicembre, poi son già in ritardo) trascinandosi appreso un'aneddotica che sembra troppo vasta per la sua breve esistenza. Tutte le carte in tavola per essere sopravvalutato. Invece.
Insomma, non gli dò peso nemmeno la seconda volta, anche se in qualche modo di Luca mi fido istintivamente, finché questo libro non mi si sbatte in faccia da sé, nella sua edizione ISBN bianca con il codice a barre e i bordi delle pagine rossi, e il momento di fidarsi definitivamente - oltre che istintivamente - di Luca è arrivato: lo compro e inizio a leggerlo, anche.
E scopro che non era troppo, e che c'è il bello, e c'è il dolore in quel libro, e la lettura è piacevole e dolente al tempo stesso, fin dall'introduzione colma d'amore di Giacomo Papi, che alimenta - e bisogna ringraziarlo, non biasimarlo - l'aneddotica di cui sopra.
Un dolore così grande e così bello da rendere la sopportazione di Freni e Frizioni(**) e delle sue genti una passeggiata fra le margherite. Non lo è, sia chiaro. Anzi, è come andare in cerca di trilobiti in un fiume. Però capita di trovarli, a volte grazie a qualcuno.
Vi sono debitore di ben 3 note 3.
(*) C'è questo locale, a Roma - la storia di cui sopra è rigorosamente vera - in cui si va spesso, e che ha questo nome così, che spinge misteriosamente le persone che lo frequentano (almeno, il sottoscritto e quelle con cui si accompagna il sottoscritto) a deformarlo cercando altri potenziali nomi del locale rispondenti alle caratteristiche fondamentali: coppia di sostantivi, desinenza -oni, affinità semantica. E' un gioco stupido ma non potevo risparmiarvelo.
(**) Questo è il vero nome del locale.
(***) A volte il gioco stupido riesce male.


