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Grilli per la Testa, 28 Febbraio 2008

Harmattan - Diario di Viaggio /4

Oualia

Oualia, ti odio. Ti odio perché ti ho vista. Ti odio perché sono a Torino e tu sparisci sommersa dai telefoni che suonano, dai doveri, dalle persone che si aspettano qualcosa da me e alle quali non voglio dare niente anche se voglio dare tutto. Ti odio perché sono un occidentale privilegiato e non posso concedermi il lusso di avere nostalgia di te, anche se mi manchi, e farà anche ridere, il fatto che mi manchi. Ritorni solo la sera, quando lo studio è deserto, ci sono solo io e il silenzio e chiudo gli occhi e sono di nuovo lì, in una bolla senza tempo, nel silenzio della notte, proprio come quando - sembrano anni fa, il che ci permetterebbe di aprire una parentesi, lunga e senza tempo, sull'incredibile capacità di adattamento dell'essere umano. Varrà la pena di farlo, un giorno o l'altro - eravamo lì, da te, a Oualia.

Il presente è passato in fretta, come testimonia questa introduzione un po' delirante. Ma circondati dal calore africano, quello climatico, quello umano, be', lì vivevamo il presente. Del resto, l'Africa ti presenta il conto da subito e ti spiega, con calma, con pazienza, con formalismi, con ritmi archetipici, che se vuoi fare piani a lungo termine, fratello tubabu, devi fare i conti con lei, con la tua coscienza, con la facilità con cui la tua mente corre veloce verso soluzioni facili e fallaci.

Arriviamo nella casa di passaggio di Oualia, dedicata alle delegazioni in visita. In questo caso, dedicata a noi. C'è uno scritto di Gandhi, disegni sui muri, una frase in francese attribuita al Che, nomi sulle pareti, i segni che si fanno da bambini quando ci si misura l'altezza sui muri (solo che sono i nomi di Fili, Makan e altre persone che bambini non sono più da un pezzo. Fra di esse - quanto può essere piccolo il mondo? - Oriana. Una mia compagna di scuola che ha vissuto a Oualia per tre mesi), disegni.

Veniamo accolti dal sindaco - sarà la prima di tre, forse quattro accoglienze da parte dell'istituzione - poi prendiamo possesso delle nostre stanze. O forse, accade il contrario, non lo so più: la cronologia dei ricordi comincia a sfumare, ma io voglio sforzarmi di non aprire il quaderno in cui ho annotato le cose da non dimenticare, perché spero di non averle dimenticate. E fondamentalmente, l'ordine in cui si svolgono certi eventi, trattandosi di storie piccole e non della Storia, è privo di qualsiasi importanza. Cause e effetti, consequenzialità e consecutio, se permettete, ce li teniamo per l'occidente.

La reazione che mi tiene con i piedi per terra, da quando siamo partiti, è quella di occuparmi di piccole cose materiali. Così, sistemo la zanzariera che accoglie il mio letto - a socchiudere gli occhi, sembrerebbe quasi Il te nel deserto. Ma Bertolucci e Storaro non sono mai stati a Oualia -, sistemo le mie cose, carico le batterie con i pannelli solari, mangio insieme al gruppo - se no l'Africa ti mangia, dice il proverbio - mi rilasso un po' guardando quest'enorme quantità di bambini che curiosano, che ci guardano - e si faranno sempre più audaci, sfacciati, li definiremmo noi - come animali da zoo.

Del resto, a parte noi non ci sono Dottor Livingston di cui supporre palesi identità.

Casa di passaggio. Tre stanze, un bagno, una cucina, una sala da pranzo. Spartane, non immaginatevi chissà cosa. Spartane e in cemento, il che, da queste parti, è decisamente una rarità.

Ma dite, riuscite a immaginare un nome più azzeccato, per quel che questa casa rappresenta? Di passaggio. E' fin troppo facile.
Di passaggio come noi a Oualia. Di passaggio - ecco il cortocircuito con la banalità. E' sempre lì, in agguato. Perdonatemi per questo - come la nostra esistenza. Ma è qui, solo qui, che il passaggio acquista un senso nella sua immanenza. Non ricordo. Non attesa. Passaggio, che è vita molto più delle altre due categorie, meramente mentali.

Descrivere Oualia per immagini è un'impresa mica semplice. Riuscite a visualizzare una terra brulla, rosso-ocra, con alberi, capanne come quelle che potreste vedere in una ricostruzione filmica, capannelli di persone, donne con vestiti colorati che lavorano senza sosta, uomini seduti all'ombra, qualche moto, qualche bicicletta, bambini, ragazzi e ragazze che giocano a calcio sfoggiando fisici asciutti, persone che vi stringono le mani, vi sorridono, vi salutano.
Ci riuscite?
Bene. Adesso, levate tutto quello che c'era di romantico in questa descrizione e pensate che questo è uno dei luoghi più poveri della terra. Che le donne sono escisse. Che i bambini hanno ernie ombelicali di cui non si comprende la ragione. Che vestono sempre allo stesso modo, con magliette di sponsor o squadre di calcio o partiti politici frutto del passaggio di chissà chi, che, chissà quando e perché, ha deciso di omaggiarle loro.

Poi pensate che qui hanno il fiume Bakoi - ne parleremo - e quindi, questi sono quelli che stanno meno peggio, e che laggiù, verso gli altipiani, dopo la savana, c'è chi sta peggio.

Poi pensate che di notte è meraviglioso toccare la terra, ascoltare il silenzio, odorare. E poi pensate che avete le gole riarse, dalla sete - e continuate a bere, e bere, e bere - e che la sabbia esce dai vostri nasi.

Pensate che c'è un'energia positiva che vi pervade, e che da quel maledetto ospedale abbandonato - costruito da una ong che non ha pensato, che non ha pianificato, che non ha riflettuto - che sembra uscito da un film di Sam Raimi prima maniera proviene il Male Assoluto, il dolore, le grida, la sofferenza, la tristezza. Un buco nero di male.

Ecco. Adesso mescolate tutto questo e, forse, avrete una piccola idea di cosa sia Oualia.

E poi sappiate che non vi ho ancora portato con me nei villaggi.

Scritto da Alberto Puliafito il 28 Febbraio 2008 alle 14:19
Commenti

il mio non vuole essere un commento, ciò che tu scrivi e descrivi è molto semplicemente una malattia dalla quale non si guarisce più... è L' Africa... il mal d' Africa.
I colori, il caldo, la gente, i mercati, la povertà, la fame ma anche la speranza, la allegria, il sorriso, la musica, il saper vivere giorno per giorno sapendo che qualcuno lassù domani provvederà.....Insomma un' altro mondo ormai dimenticato dove ciò che conta è l' oggi perchè ieri non c'è più e il domani deve ancora arrivare.
Tutto questo ti prende perchè non conosci più il tempo, dentro di te c'è la tua storia fatta di cose antiche che vedi e tocchi ma che ha dimenticato la memoria quella profonda ancestrale, quella che ha formato l' uomo, "che parola difficile" e il suo cuore che oggi non sà più vivere perchè si perde in mille rivoli che poco hanno ha che fare con la sua umanità, ecco a tutto questo ti riporta l' Africa, ti ricorda chi sei e che ci sei per poco e puoi correre, volare ma te ne andrai senza aver mai capito che cosa sei venuto a fare qua e allora dici" posso fare qualcosa e meglio di me e della mia vita".
Non perdere quest' occasione, Alberto, ti è stato fatto un grande regalo, non lo sciupare.
Un abbraccio
Emanuela

Posted by: emanua Faloci on 28.02.08 17:17

Emanuela, leggere quello che scrivi, sapere da dove lo scrivi - e lo so, lo so, che è stata la figliola a indirizzarti da queste parti - è la cosa più bella del mondo.

A volte vi penso, lì. Ripenso a Chiocchio e alle giornate passate a chiacchierare insieme. Ripenso a quando abbiamo girato il documentario a Firenze.

Sono momenti indimenticabili.
E ora, è l'Africa a riunirci in qualche modo.

Spero di rivedervi presto. Un abbraccio forte, a te e a Pietro.

Posted by: Alberto Puliafito on 28.02.08 19:33

Ma sea Chiocchio si chiacchiera,
cosa si fa a Rapallo?

Posted by: dj tubo on 01.03.08 13:42

Ma sea Chiocchio si chiacchiera,
cosa si fa a Rapallo?

Posted by: dj tubo on 01.03.08 13:46

guarda che noi ti aspettiamo, ho tante cose in mente, anche se per il momento mi limito a cercar di conoscere di capire questa realtà così diversa.
Le contraddizioni di questo paese e di questo continente sono enormi, ma credo che derivino sopratutto dalla colonizzazzione che ha compiuto uno scempio storico e culturale come mai in nessun altro paese del mondo e quindi le società africane sono sospese a metà, hanno quasi dimenticato la loro storia e la loro cultura e cercano di formare delle società come le nostre( errore mostruoso) ma non sono pronti perchè la loro storia gli indica ancora percorsi diversi e la comunità internazionale li devia costantemente dalla loro retta via perchè ha ancora bisogno di depredare questo ricchissimo continente per le proprie assurde necessità..pensa ai biopirati, forse non sai cosa sono, ma sono qua ancora per depredare quello che d'intatto e naturale esiste in natura e sai perchè? per alimentare il narcisismo di quella che viene definita "civiltà occidentale" ma ne parleremo ancora, potrebbe essere un ottimo spunto per una seria inchiesta giornalistica, visto che dell' Africa se ne parla sempre nel male e mai nel bene,ti volevo ricordare che esiste un' Africa diversa da quella che ci fanno conoscere ma il resto del mondo non nè vuol sentir parlare.
Adesso ti saluto perchè altrimenti rischio di scrverti un libro e non è ancora il caso.
un Abbraccio
Emanuela e anche Pietro

Posted by: emanuela faloci on 03.03.08 10:30

So che mi aspettate e sappiamo tutti che verrò, prima o poi.

Posted by: Alberto Puliafito on 03.03.08 19:21
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