Harmattan, 3 Marzo 2008
Harmattan - Diario di Viaggio /5
Va bene. Basta politica, basta Uolter e Silvio, basta. Alzate le vostre flaccide chiappe occidentali dalla comoda sedia su cui sono appoggiate, pensate a quante cose date per scontato nella vostra giornata - da quando tirate lo sciacquone a quando rientrate a casina la sera e - unico esercizio fisico della giornata - premete un pulsante sul telecomando. Magari due. Detto ciò, tornate insieme a me a Oualià, prima che qualcuno possa dimenticarsene troppo in fretta.
Oualià
Se penso a quando sono arrivato qui, a costo di andare a ripescare di nuovo il concetto di tempo e del suo fluire, mi rendo conto che non ho una percezione chiara a riguardo. Siedo su una sedia di plastica, aspetto, scrivo, filmo, penso, tutte queste cose insieme che, di fatto, si accavallano e sono trascinate da una sola costante: l'attesa. Lunga o breve, poco importa. La sua caratteristica, come tutte le attese, è di essere imprecisata. Ma io non ho fretta.
Le mani sono importanti.
Mani bianche e mani nere che si toccano. Le mie mani bianche, morbide e occidentali, con le mani callose di questi bambini che non si capacitano di quanto possa essere soffice un palmo, di quanto possa essere pallido.
Le mani hanno sete, come ha sete questo scampolo di Africa, come abbiamo sete noi. Hanno sete di contatto e di conoscenza.
Le mani dei bambini che ci stringono per forza, che ci accompagnano ovunque, anche mentre lavoro, sempre due o tre di loro che mi stringono le dita, si palesano continuamente in quel meraviglioso gesto di apertura e fratellanza che fa incontrare due mani non gemelle in una stretta.
Non ho mai stretto tante mani.
Le mani della mamma del sindaco, anziana di quelle che non sapresti darle un'età -nemmeno in Italia, figurarsi in un posto del genere, dove ogni granello di sabbia che genera un secondo che passa ti segna il volto e il corpo -, non ci vede più. Ma le sue mani riconoscono le mani dei bianchi, di queste attrazioni tubabu al solo contatto.
Le mani delle accoucheuses, che accolgono le nascite anche qui, come in ogni altra parte del mondo, nascite più numerose, più sofferte o più distaccate, comunque troppe. Sono mani che racchiudono potenza e dolcezza, mani che hanno sentito il mondo e che te lo riportano in tutta la sua immensità e piccolezza.
Le mani dei capi villaggio, le mani dei vecchi, le mani di tutti noi, che mangiano insieme in una ciotola in terra, che si lavano e si sporcano e si lavano e si sporcano, che cercano l'acqua, che toccano la terra e un baobab, che si spellano su una corda per tirare su l'acqua, che girano la pompa, che reggono una telecamera, che curano, che suonano i tam tam, che dirigono i bambini che cantano, che fumano, che cercano e scoprono, che si cercano e sfuggono perché non sanno, non vogliono, non riescono a reggere questo troppo africano, che si cercano e si trovano perché qui hai bisogno di quel contatto per reggere le emozioni che senti.
La mia Africa di oggi è l'Africa delle mani. Quella di domani, la scopriremo insieme a seconda della notte, del giorno, dell'harmattan, della musica che ascolterò. Oggi tocca a Faber. Come capita spesso, a onor del vero.
Scritto da Alberto Puliafito il 3 Marzo 2008 alle 10:53

