Personale, 14 Settembre 2008
Dovremmo chiudere tutto e non parlare più di niente, e invece.
Mi arriva via sms, questa mattina, mentre piove per il terzo giorno consecutivo e la stanza è ammorbata dall'odore di cuoio bagnato e dal calore che persino in giorni d'autunno furibondo come quelli di Riva Del Garda si accumula pesantemente in una specie di mansardato, la stanza 301 dell'Hotel Bellariva dove soggiorno, be', mi arriva via sms la notizia della morte di David Foster Wallace, decretando in maniera perentoria quello che si può definire il peggior risveglio di una lunga fetta della mia vita.
Come cazzo si reagisce al fatto che è morto il tuo Scrittore preferito di cui stai leggendo l'opera definitiva - a questo punto, ancor più definitiva. Anzi, Definitiva - con un'ammirazione e una fatica che contiene in sé il piacere erotico del martirio e della pienezza cui attingere. Come cazzo si reagisce al fatto che si è ammazzato uno dei più clamorosi geni che si sia manifestato in questa fetta di umanità miserabile?
Come cazzo?
E sono anche qui a scrivere, no, mentre bisognerebbe chiudere tutto e non parlare più di niente, annullarsi e sparire e dirsi che non ha senso perché se Quel Genio Lì, quel fottutissimo genio lì ha messo fine a tutto con un gesto d'altri tempi, togliendosi la vita per impiccagione, allora non c'è niente da scrivere, niente da dire, niente da ascoltare e da comunicare.
Sarà capitato anche a altri, eh. Ma pensare che i 46 anni di DFW rimarranno 46 per sempre, la sua bibliografia si ferma qui e non si riesce a parlarne senza essere banali, be', fa incazzare.
Fa incazzare che l'infinito non è più infinito anche se resta una beffa.
Fa incazzare leggere sui giornaletti da giornalai online quelle finte commemorazioni di gente che nemmeno sa chi fosse, DFW, e che parla dei fan e degli ammiratori di cui DFW godeva in vita sparsi in giro per il mondo. Fa proprio incazzare perché me li immagino: è morto uno di cui non solo non avevano pronto il coccodrillo. E' morto uno che non conoscevano, e che non capivano e non capiranno. E che magari non capisco nemmeno io.
Fa incazzare anche il fatto di non riuscire a starmene zitto e di dover buttare fuori queste inutili righe per il semplice motivo - egoistico - che scriverne mi fa stare un po' meglio.
Dovremmo chiudere tutto e non parlare più di niente, e invece siamo qui a fare i finti intellettuali che hanno qualcosa da dire, e qualcuno da ricordare, e ora penso che diventerà un caso e se ne sentirà parlare in giro, magari, da gente che no, no, non ne dovrebbe parlare. E io sono qui a pontificare esattamente come quelli che critico e criticherò per mero egoismo narcisistico.
E' che non riesco a pensare ad altro che non sia: se si è ammazzato lui, che cosa mi metto a dire io? E il fatto di fare un lavoro che pretenda di comunicare, e di avere una vita che fa della comunicazione della banalità di qualche pensiero o riflessione incastrati chissà dove un piacevole hobby, non fa che rendere più pesante questa considerazione che pesa come una condanna.
Contraddittoria, come il fatto che lo sto scrivendo, scribacchino da quattro soldi con le mie cosette, lì, come tutti.
E invece.
Scritto da Alberto Puliafito il 14 Settembre 2008 alle 13:12Amen.
Io dico: parliamone, invece. Senza retorica e lungaggini, ché il tempo è molto meglio, dovendo scegliere, usarlo per leggere le sue opere.
Però diffondiamolo. Regaliamolo. Facciamolo conoscere.
Prima che i media italiani - che non hanno curato la notizia - decidano di farlo diventare un cult patinato e sputtanato.
[Ste]


