Offline, 30 Settembre 2008
Anno del Pannolone Per Adulti Depend. Wallace non è Cobain
Io penso che esistano diversi tipi di suicidi. Io non sono una di quelle che si odiano. Che dicono 'Io sono una merda e il mondo starebbe molto meglio senza di me' ma poi si divertono a immaginare quello che dirà la gente al suo funerale. Ho incontrato tipi come quelli nei reparti. Povero-me-mi-odio-punitemi-venite-al-mio-funerale. Poi ti mostrano una foto 20×25 del loro gatto morto. Sono tutte stronzate di gente che si commisera .Sono stronzate. Io non avevo nessun rancore speciale. Non mi avevano bocciata a un esame e non ero stata scaricata da nessuno. Quella gente lì. Si fa del male.
E' Kate Gompert(*) a dirlo, in Infinite Jest. Ora, sia chiaro, questo non è uno scritto su David Foster Wallace. Non è niente, in realtà. Solo che pensavo come siano state fatte mille - mille, ci piacerebbe. In Italia non se lo ricorda già più nessuno, fatti salvi i gestori delle librerie di letteratura straniera che hanno dovuto ordinare nuove ristampe dei suoi libri in lingua - speculazioni sul suicidio di Wallace, e pensavo che quasi tutti hanno citato gli stessi passi, per parlarne.
In realtà, come si diceva con qualche amico, tutta l'opera di Wallace è pregna di dolore, morte, tematiche suicide e profonda empatia con la sopportazione del dolore stesso, con la lotta per sconfiggerlo - è un concetto che si trova addirittura nei saggi, in "Considera l'aragosta", per esempio -.
Ecco, poi sulla stampa estera si è parlato di depressione. Di un cancro, forse, di medicinali non più presi. Perché quando un quarantaseienne geniale scrittore di successo si impicca, be', sembra proprio che la società - almeno, quella che si interessa di letteratura, eh. Wallace non è Cobain - si debba chiedere perché, e abbia bisogno di risposte.
Risposte che probabilmente erano sotto gli occhi di tutti, in decine di pagine di DFW. E probabilmente anche nei passi di Infinite Jest che riporto. E' sempre Kate Gompert a parlare, ed è facile dirlo, adesso, col senno di poi. Facile e probabilmente insensato. Ma quelli che seguono restano altissimi sprazzi di letteratura.
Non volevo farmi del male. O diciamo punirmi. Io non mi odio. Volevo solo chiamarmi fuori. Non volevo più giocare, tutto qui.
Volevo solo smettere di essere cosciente. Io sono un tipo del tutto diverso. Volevo smettere di sentirmi come mi sentivo. Se avessi potuto semplicemente infilarmi in un lunghissimo coma, l'avrei fatto. O darmi una scarica di elettroshock, avrei fatto così.
L'ultima cosa che volevo era altro dolore. Solo non volevo più sentirmi così. Non credo... non credevo che quella sensazione se ne sarebbe mai andata. Non lo credo. Non lo credo neanche ora. Preferirei non sentire niente piuttosto che questo.
Io non voglio niente se non che la sensazione se ne vada via. Ma lei non se ne va. Parte della sensazione è sentire di voler fare qualsiasi cosa pur di farla andare via. Deve capire questo. Qualsiasi cosa. Capisce? Non è un voler farsi del male, è un voler non farsi del male.
(*) Kate Gompert è il nome di una persona che Wallace conosceva realmente. La vera Kate denunciò lo scrittore e il suo editore dopo che Infinite Jest fu pubblicato.
Scritto da Alberto Puliafito il 30 Settembre 2008 alle 0:12

