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Personale, 12 Ottobre 2008

Le Officine Marconi e La Ragazza Che Non Sapeva Ballare

Io ho questo rapporto con certi tipi di arte, questo rapporto di fascinazione che però non riesce a prescindere da una convinzione: ci sono performance che sarebbero davvero belle, se durassero un po' meno.

Eppure, questa Notte digitale del Romaeuropa Festival 2008, non è stata per niente male. Anzi. Dalla storia dell'universo dal cromosoma alle costellazioni in Datamatics [ver 2.0] di Ryoji Ykeda - roba da ascoltare con i tappi alle orechie per filtrare con un passabasso frequenze altrimenti impossibili da accettare. Il nudo dato che diventa arte audiovisiva - alla splendida Nascent di Gina Czarnecki, una performance dell'Australian Dance Theatre che si trasformava - videoarte, eccola - in strutture laocoontiane post-organiche. Bello. Globalmente, poteva durare tutto meno, ecco, ma insomma, anche per chi prova noia per tutto quel che riguarda l'industria dell'entertainment, alla fine è stata una bella esperienza sensoriale. Minuti tolti all'inutilità e spesi a osservare, sentire e lasciar correre i pensieri in libertà.
Non è poco.

Per chiudere, un bel live set con Gilles Peterson. Ed è qui che si consuma il misfatto. La selezione musicale è di quelle che ti fa venire voglia di ballare anche se la gente intorno a te non si muove poi tanto. Finché noti Lei. Cioè, ti dici, generalmente veder ballare una donna è una bella esperienza. Anche se lei è un po' di legno. La donna è graziosa e aggraziata e ha parti del corpo che sembrano fatte per muoversi e per essere guardate mentre si muovono, gli spigoli diventano curve e alle curve si perdona anche uno scarso senso del ritmo.

Ma qui parliamo della Ragazza Che Non Sapeva Ballare. Un capolavoro di goffaggine e inettitudine cinetica - il tutto shakerato come un mix sapiente nel corpo di una signorina tutto sommato piacente - che soffriva di un'aggiunta che rendeva il tutto grottesco: le nozioni base. Dovevano averle detto, un tempo, che tenere una mano sulla coscia, fare leva sulle dita del piede per arcuare meglio e slanciare il polpaccio, muovere la testa lasciando sventolare i capelli, agitare il fondoschiena, be', dovevano averle detto che tutto ciò aiuta, che rende sensuali.

Solo che nessuno doveva averle spiegato come dare un senso compiuto ai suoi movimenti di danza. Tutti questi eventi corporei avvenivano con cadenze inusitate, un 7/8 o forse un 16/3 o forse una ritmica mai vista, sostenuta da una gamba che continuava a battere in terra mancando clamorosamente qualsiasi beat e regalando, al complesso della visione, un'atmosfera surreale. E qui non si pretende chissà ché, sia chiaro. Quel minimo, minimo sindacale di grazia e movimento che rende la visione della Ragazza Che Balla un piacere per gli occhi.

Ma niente. Ero meglio io, come spettacolo. Il che la dice lunga. Ovviamente, la sua performance legnosa non le ha impedito di essere prontamente rimorchiata da un rastaman. Chissà, magari le insegnerà il senso del ritmo suonando i bonghi in un qualsiasi Parco Sempione.

Scritto da Alberto Puliafito il 12 Ottobre 2008 alle 3:04
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