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Personale, 15 Novembre 2008

Storie di cappelli smarriti, social network e serendipity

I cappelli che ho perso non si contano. Se non ne avessi mai persi, probabilmente ne avrei una cinquantina, senza esagerare. Adoro i cappelli, di ogni forma e colore, non so perché, mi sono sempre piaciuti, forse perché coprono la testa e i pensieri, forse perché scaldano, non conosco il motivo razionale, so solo che mi piacciono.

La mia testa, del resto, mi è sempre piaciuto coccolarla un po'. E quando la stempiatura si è fatta notevole, be', è bastata una piccola scusa per operare la rasatura definitiva. E' stata Daniela, Daniela Paganini, a radermi. Eravamo a Genova, in una casa che avevo preso in affitto: via Bainsizza, zona Sturla. Avevo appena dato il mio primo esame universitario, un anticipo - si chiamavano così, allora, anticipi o preappelli. Immagino che non sia cambiato molto - di Chimica, professor Busca. Ingegneria Biomedica. Oggi potrei chiedere al me di allora perché mai abbia fatto quella scelta. Quella di Ingegneria Biomedica, intendo, non la rasatura. Per andare via di casa e vivere esperienze, sarebbe la risposta, probabilmente.

Insomma, feci una scommessa: se avessi preso 30, mi sarei rasato e sarei andato a farmi registrare il voto con la maglietta dell'Inter. Il prof era interista, io no. Io all'epoca praticavo ancora il calcio come tifoso e mi sentivo juventino. Presi 30 e così onorai la scommessa. Da allora ho imparato a radermi da solo, con macchinetta elettrica o con rasoio, e ho comprato un sacco di cappelli.

Ho ancora le foto di Daniela che mi rade nella cucina di casa, le ho chissà dove. Daniela era una persona speciale, ignoro che fine abbia fatto ma le volevo bene: magari la cercherò su Facebook, prima o poi apparirà. Tanti cappelli quante le persone a cui ho voluto bene. C'era anche Enrico Torielli, ricordo, in quella stanza. E qualcun altro, ma ora non mi sovviene chi. Ci sono molte persone cui ho voluto bene a Genova.

Il che non vuol dire sminuire Daniela, che era speciale. Vuol solo dire che, per fortuna, incontro molte persone speciali.
Un giorno Valentina mi disse che forse sono io a vedere le persone speciali. In effetti, molto spesso parlo di chi mi circonda in maniera entusiastica: faccio il misantropo, ma in definitiva mi piacciono le persone, mi piace la gente. Solo che non credo di essere io a vederle - e quindi renderle - speciali. No. E' l'empatia. E' il non esser gigli ma vittime di questo mondo di De André.
E' il modo diverso di guardare il mondo di Wallace.

Ho perso molti cappelli. Il primo l'ho perso un sacco di tempo fa. Il primo che ho cominciato a portare al contrario, l'ho perso dopo aver girato il mio primo cortometraggio vero, con attori veri: erano Tiziana Sensi e Vincenzo Bocciarelli, che si prestarono a farsi dirigere da un aspirante registello di 20 anni. Avevo persino un dolly, avuto per una di quelle concomitanze di eventi che meriterebbe una parentesi più lunga di questo stesso scritto. Ho perso quel cappello che portavo al contrario. Anche Tiziana e Vincenzo li ho persi di vista e non so che fine abbiano fatto, esattamente.

Mi rendo conto che è colpa mia, l'aver perso di vista le persone. O meglio, è colpa mia e delle scelte di vita, del mio rincorrere questi sogni che ho, lì, ben chiari davanti a me. Dev'essere per questo che mi piace così tanto Facebook. Ritornano, tutti, prima o poi: ho la sensazione di non lasciar più nulla alle spalle senza scampo, di poter rivedere, risentire e soprattutto ricordare. Perché nel mestiere che voglio fare, il ricordo è la risorsa più preziosa. Io voglio raccontare storie. E lo diceva Hemingway, che i ricordi erano la sua risorsa più preziosa. Tanto che si uccise perché la terapia elettrocompulsiva cui lo sottoponevano per curarlo dalla depressione, lo privava della memoria a lungo termine. Si uccise, perché non poteva sopportare di non aver più a che fare con la materia prima della sua essenza, quella dello Scrittore. Anche David Foster Wallace, scrittore, era depresso, ha subìto volontariamente elettroshock e si è ucciso. Quante persone cui voglio bene lo condividono con me, l'amore per Wallace. Alcuni non vorrebbero essere citati, e non li citerò. Stefano Sgambati, per dire, un libro di Wallace me l'ha regalato. Francesco Favale, invece, me l'ha fatto conoscere. Lui, Wallace, in testa portava le bandane. Mi piacciono le bandane, anche se fanno motociclista sfigato anni '70, oggi.

Mi è sempre piaciuto portare qualunque cosa che coprisse la testa; in particolar modo, appunto, mi piace portare i cappelli e soprattutto portarli al contrario, al contrario di come sono stati pensati. Ma non facciamone una lettura banale di spirito di contraddizione. Mi piacciono così e basta.

Ne ho perso uno in spiaggia in Liguria, non ricordo dove. Uno l'ho perso nel 2004, quando sono stato a Roma per sostenere l'esame di ammissione alla Scuola Mediaset, sulla metro B, direzione Rebibbia. Uno l'ho perso a giugno alla fermata del 60 di via Nomentana angolo via Tripoli, mentre andavo a lavorare in Wilder: uno dei lavori più difficili e sofferti e finiti male della mia breve carriera.
Uno l'ho perso, mi pare, nel '93, o giù di lì, in un'estate arroventata sui campi da tennis. Uno l'ho perso a Madrid con Marta. Fra l'altro, Marta me l'aveva presentata la Daniela di cui sopra.

Da quel lontano giugno '97, poi, mi è sempre piaciuto radermi il cranio. E' una bella sensazione che, peraltro, si aggiunge alla sensazione di prendersi cura di sé. Dopo Daniela, chissà perché, a nessun'altro è stato concesso radermi: ho sempre voluto fare da solo. E si riconosce subito quando sono stressato o molto impegnato: non mi rado, e la peluria cresce disordinatamente. E richiede altri cappelli, che compro ogni volta che ne vedo uno che mi piace. Alcuni, non li porto mai. Non perché mi mporti cosa ne dica la gente, ma perché essendo obiettivamente strani mi costringerebbero a sentir tutta una serie di commenti che, francamente, le persone si possono risparmiare ma che non si risparmiano mai (uno di questi cappelli è quello della foto. Tiene un caldo meraviglioso e d'inverno è semplicemente irrinunciabile).

L'ultimo cappello l'ho perso oggi, a Fiumicino, verosimilmente, visto che l'avevo in testa subito prima del metal detector, subito dopo aver discusso con una della vigilanza per le cassette del girato che avrei preferito far passare esternamente, ché anche se non dovrebbe succeder nulla non si sa mai. Non è successo nulla, se non che ho perso il mio cappello.

L'ho perso mentre mi accingevo a tornare nella mia Torino, lasciando per qualche giorno la mia Roma, dopo aver girato una puntata del programma cui sto lavorando, con tutta una serie di persone cui voglio bene per forza, perché questo è un lavoro che ti mette alla prova e ti fa gioire e disperare e condividere: sono quasi tutti su Facebook, pensate un po'. C'è Alessandra Cappella, e Magda Geronimo, e Francesca Cucci, e Alessandro Borghese e Luca De Rienzo e Simone Onorati, e Giulio Romano, e Davide Sapelli, e Pierfrancesco Citriniti, manca Lamberto e mancano i due fonici Francesco e Marco, probabilmente, e non so se Patrizia e Bri Bri abbiano Facebook, magari sì e magari lo scoprirò con questa nota. E notate come venga naturale, fare nomi e cognomi, ora che esiste questo oggetto alieno qui, questo social network, se vogliamo usare un termine tecnico: usarli per chi c'è, tenere i soli nomi per chi non c'è.

Un social network è un po' come una cappelliera dove potrebbero esserci, idealmente, tutti i cappelli che ho comprato, ma soprattutto tutti quelli che ho perso.
Forse, scopro di voler bene alle persone senza un motivo razionale, così come mi piacciono i cappelli. Voglio bene alle persone che entrano a far parte della mia vita e che in un certo senso la condizionano e la modificano.

Intendiamoci: non mi piacciono tutti i cappelli, e ci sono vari gradi di bene e non voglio bene a tutte le persone indistintamente. Anzi, c'è gente che mi sta proprio sui coglioni, in giro. E generalmente io sto sui coglioni a loro, è uno scambio reciproco. Il peggio avviene quando sto sui coglioni a qualcuno cui voglio bene, ma capita anche questo, come capita di perdere i cappelli, e uno se ne fa una ragione senza pensarci tanto.

Il bello è che dietro a ogni cappello - così come dietro a ogni persona - c'è una storia, e mentre scrivo, qui, sull'aereo, e guardo le persone accanto, leggo le loro storie, o almeno quelle che comunicano: la coppia gay di amanti, uno dei due si nasconde e probabilmente ha anche una relazione etero; la donna in carriera che ha al polso l'orologio dal quadrante rettangolare che le ha regalato una vecchia zia, l'unica che la proteggesse da un padre violento e una madre succube; l'amante del ricco cocainomane con le tette e le labbra rifatte che sale nel nord per un weekend in montagna anche se la neve non c'è e forse le toccherà scopare anche un amico di lui. C'è tutto, sull'aereo. Anche quelli che a pelle ti stanno sui coglioni perché sono concentrati solo su loro stessi. E mentre torno in aereo ci sono altre due persone che tornano a Torino. Uno è il coinquilino, il Davide Favargiotti con cui divido più d'una cena nella nostra pizzeria preferita, e con cui - anche se a volte gli faccio credere che non sia così - divido l'amore per le persone e per le loro storie. Anche se ho un carattere di merda, o se faccio quello che ha un carattere di merda.

Ecco, la chiave irrinunciabile - e torniamo a bomba - è l'empatia. L'empatia che hai quando un cappello lo compri con qualcuno. Ne ho comprati con Marta, con Simona, con Aurora, per esempio. Ne ho comprati con mia madre, con mio padre, con Fulvio. Ne ho comprati da solo o con persone di cui mi importava poco o niente, ne ho comprati a Roma, a Torino, a Genova, a Milano e in Messico e in Guatemala e in Sicilia e in Spagna e chissà dove altro che ora non ricordo, ah, sì, uno in Danimarca. Ma quello non lo posso proprio indossare.

L'empatia che hai quando un cappello lo perdi e pensi a quanto scorra in maniera casuale l'ordine (il disordine) degli eventi che hai scelto di vivere affidandoli a quella filosofia che altri chiamerebbero serendipity. La serendipity, ecco, me l'ha insegnata Alexandro Crucianelli, cui ho voluto bene anche se avevamo visioni diametralmente opposte su un bel po' di questioni della vita, che ho perso di vista.

Mentre finisco di scrivere, e sono arrivato a Torino, dove ci sono almeno altre due persone cui voglio bene - parlo di loro, ma solo perché sono qui, hic et nunc - Fulvio Nebbia e Iacopo De Gregori, e sono protetto dai miei spazi, mi rendo conto che non è una vera e propria storia, questa, e che avrei potuto partire per la tangente mille e mille e mille volte. Forse è solo che mi faceva piacere scrivere di tutto questo e raccontare un po' di me, un pezzetto di vita, a chi leggerà e a me stesso, magari - sì, sì, adoro parlare di me. Ma la cosa bella è che adoro anche ascoltare degli altri -, e farlo leggere alle persone che ho ricordato in questo flusso, e anche a quelle che nel flusso non ci sono e che sarebbero nelle mille e mille e mille tangenti mentali che avrei potuto imboccare senza freno, e che magari vorranno - come anche le persone citate, chissà - raccontare un pezzetto di storia, o anche solo leggerla.

Scritto da Alberto Puliafito il 15 Novembre 2008 alle 19:03
Commenti

Come sempre è un piacere leggerti, spero che il cappello comprato con me tu non l'abbia ancora perso.
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