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Personale, 16 Febbraio 2009

Meccanismi capovolti (*)

Immagine 5.png Una goccia di stagno liquido - appena fuso dalla punta arroventata di un saldatore che viene utilizzato per saldare alcune minuscole e colorate resistenze in serie e un paio di condensatori sulla matrice di un circuito stampato - che salta incidentalmente nell'incavo roseo del braccio di un bambino fa male - lo stagno fonde a una temperatura di 231,93°C, e per scriverlo ho dovuto controllare. Brucia, e poi lascia sulla pelle un alone più rosso che si trasformerà a poco a poco in una piccola vescica che finalmente lascerà spazio, dopo qualche tempo, alla pelle nuova. Rimarrà il segno, anche a distanza di tempo, riconoscibile anche sotto i segni lasciati dagli aghi da donatore di sangue che prima, ovviamente, non c'erano.

Era il braccio sinistro. Il circuito stampato lo stava saldando mio nonno nel suo laboratorio, non ricordo di cosa si trattasse esattamente, forse una radio rudimentale, comunque un apparecchio elettronico, con quei piccoli cilindri con minuscole zampe che sono le resistenze, e i colori che ne indicano la misura fisica in Ohm, a saperli leggere. Li sapevo leggere.

Naturalmente, ricordo che mio nonno si sentì in colpa per la faccenda della goccia di stagno fuso sul mio braccio. Devo ricordarmi di ringraziarlo, invece. Mio nonno ha sempre avuto questa passione ingegnosa per le attività manuali: è il classico Uomo Che Sa Fare Di Tutto. Non ultimo, cucinare. Quest'ultima attività me l'ha decisamente trasmessa. Delle altre, mi ha lasciato la curiosità del sapere come sono fatte le cose, come funzionano, come sono fatte dentro. Dev'essere per questo che - al di là dell'andarsene di casa - scelsi di fare ingegneria biomedica e di concentrarmi sul funzionamento dell'essere umano, sul kansei, su ciò che ci rende simili a una macchina orribilmente complessa e su quello che ci differenzia da essa.

Intendiamoci, non ho conoscenze specifiche sui funzionamenti di tutto lo scibile umano, né ci tengo ad averli. E non ho conoscenze specifiche sul funzionamento di un meccanismo o di un oggetto in particolare. Ma posso perdere ore, giorni, anche mesi a cercare di imparare come funzionano le cose. Come funziona Google, per esempio. O un algoritmo per il riconoscimento vocale. O una videocamera: basta poco, anche solo una nozione generale, per darmi soddisfazione, fatto sta che oltre al fenomeno ho bisogno di conoscere il meccanismo.

A dire la verità, c'è un'altra eredità che mi ha lasciato mio nonno, a proposito delle attività manuali. Un'eredità che fa il paio con la visione di un episodio de La casa nella prateria - pensate un po' quali giri contorti può fare la mente umana, eh - in cui il protagonista Charles Philip Ingalls (interpretato da Michael Landon, al secolo Eugene Maurice Orowitz) rivela la sua ossessione, il suo desiderio morboso, la sua paranoia, la sua scimmia - ovviamente, trattandosi de "La casa nella prateria" non è che lo dicesse proprio in questi termini - : quello di lasciare un segno, di lasciare qualcosa per il futuro. Mentre lo dice, sta costruendo una cassettiera, una consolle da camera da letto, qualcosa di simile. Alla fine dell'episodio, un flashforward - roba che per La casa nella prateria doveva essere un meccanismo narrativo clamorosamente innovativo, e che ancora oggi in Italia stentiamo a utilizzare, almeno nella lunga serialità, sai mai, il pubblico è stupido - mostrava due giovani sposi che finivano chissà come nei pressi di un rigattiere, cercando mobili per la casa. E si compravano la cassettiera, o la consolle da camera da letto, quella roba lì, insomma, rimirandola ammirati e felici. Quello era il segno di Charles Philip Ingalls, della sua manualità.

Ecco, la mia ossessione, la mia scimmia, la mia paranoia - non trattandosi de La Casa nella Prateria lo dico proprio così - è proprio questa: lasciare un segno. Come evidentemente lo sta lasciando mio nonno, che ha fatto, costruito, realizzato così tante cose materiali. Solo che io non lo so fare materialmente, so soltanto come si fa a provarci con la creazione.

E per creare, che puoi vuol dire - pensate un po' - raccontare una storia, è fondamentale, necessario conoscere i meccanismi. Osservarli, capirli, rivoltarli, scardinarli, analizzarli, digerirli e sputarli via e ricominciare da capo, finché non li si padroneggia, finché non li si rende propri.

Del resto, conoscere i meccanismi è importante anche per vivere i rapporti umani e goderseli al meglio. Un giorno, provocatoriamente, ho sostenuto che quando un uomo e una donna eterosessuali si incontrano e iniziano a frequentarsi, dovrebbero subito andare a letto insieme per evitare di incorrere nei pericoli dei meccanismi futuri. E per capire, poi, con calma, una volta risolta la tensione sessuale, cosa sarà del loro rapporto. Un po' provocavo. Un po' ci credo.

E conoscere i meccanismi ti aiuta anche a capire quando un piacere si sta trasformando in un dovere. Quando un dovere ha ammazzato il piacere. Quando si è passato quel sottile confine che delimita le libertà interpersonali. Il che non vuol dire vivere cervelloticamente o ricondurre tutto a schemi prestabiliti, no.
Vuol dire essere aperti, ascoltare, sentire e cercare di capire, e annotare, lì nell'angolo, l'ennesimo meccanismo occorso. Vuol dire giocare a scacchi con empatia.

Lo stagno fuso fa male. Le cose funzionano perché qualcuno ha una straordinaria manualità per farle funzionare. Qualcun altro vuole sapere come funzionano per raccontare storie. I meccanismi contano.

E il calabrone vola, miei cari. E sapere perché è fondamentale (**).

(*) Questo post, lunghissimo, è da leggersi in compagnia del post Meccanismi di Stefano. Grazie al quale, peraltro, ho per la prima volta analizzato attentamente l'interno dei flap dell'ala di un aereo. Non fatelo, se avete paura di volare.

(**) I calcoli cui ci si riferisce - peraltro citando, pare, Nietzsche, che già con la faccenda dell'eterno ritorno dimostrò di capirci poco, di faccende umane - per tirare in ballo l'impossibilità di volare per un calabrone, vengono fatti a partire da un'ipotesi errata: che le ali del calabrone fossero lisce. Non lo sono, e il volo del calabrone - che è possibile eccome - si spiega poco facilmente - la sua aerodinamica non è delle migliori, il che facilita le ironie su di esso - con teorie relative all'aerodinamica instabile. Anche se il suo volo, molto complesso, non è ancora stato modellizzato a dovere. Ora. Non ditemi che sapere queste cose non sia affascinante. Anche questo fa parte di conoscere i meccanismi, cosa che ci mette al riparo dal proliferare delle leggende metropolitane per esempio. Senza togliere poesia alle cose, che sono già tanto poetiche di natura, a saperle guardare.

Scritto da Alberto Puliafito il 16 Febbraio 2009 alle 22:25
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