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      <title>L&apos;Indignato</title>
      <link>http://www.indignato.it/</link>
      <description>Avrei tantissime cose da dire, il fatto è che nessuno me le chiede!</description>
      <language>it</language>
      <copyright>Copyright 2010</copyright>
      <lastBuildDate>Fri, 08 May 2009 01:46:30 +0100</lastBuildDate>
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      <item>
         <title>Il papa parlerà a Betlemme nel campetto vicino alla scuola. E voi non sapete tante cose</title>
         <description><![CDATA[<p>Non è certo perché la scrivo io, questa nota, che dovreste assolutamente leggerla - non solo leggerla, dovreste anche segnalarla, divulgarla, farla leggere a tutte le persone che conoscete, quali siano la loro estrazione culturale o le loro idee politiche -. No. E' perché questa nota spiega, nel suo piccolo, <b>come non funziona l'informazione in Italia</b>. E un paio di altre notizie che forse dovreste proprio sapere.</p>

<p>Ora. Sapete tutti che il Papa da domani è in visita in Terrasanta. Come potreste non saperlo? Dovreste vivere senza avere a che fare con mezzi di comunicazione, per non saperlo.</p>

<p>Quello che non sapete, forse, è che il Papa dovrebbe visitare l'<b>Aida Camp</b> (uno dei tre campi profughi di Betlemme). E quello che proprio non potete sapere, perché nessuno ve l'ha raccontato, è che il Papa avrebbe dovuto sedere subito sotto al muro di separazione di Betlemme, per volontà dei profughi dell'Aida Camp.<br />
E non potete sapere nemmeno che i politici israeliani erano decisamente contrari a questa iniziativa. Difficile che abbiate ricevuto queste informazioni, a meno che non abbiate visto <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ykoIfnCU834&amp;feature=channel_page">questo filmato</a>. Ed è molto difficile che l'abbiate visto: l'ho girato e montato io, e l'unica visibilità che ha avuto è quella di Youtube e di Facebook, nonostante io l'abbia segnalato a parecchi potenziali interessati. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ykoIfnCU834&amp;feature=channel_page">Nel video</a> si spiega che il motivo di questa volontà da parte dei palestinesi del campo è di mostrare a tutto il mondo <b>il muro</b>. Capiscono a sufficienza di comunicazione, i palestinesi, per sapere che impatto mediatico avrebbe l'immagine di Benedetto <span class="caps">XVI </span>accanto al Muro di Separazione.<span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="4246_1143670225951_1053340959_1535872_7514319_n.jpg.jpeg" src="http://www.indignato.it/2009/05/08/4246_1143670225951_1053340959_1535872_7514319_n.jpg.jpeg" width="604" height="453" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" /></span></p>

<p>Ma tutto questo, voi, non lo potete sapere. </p>

<p>Invece, se avete seguito un telegiornale poco fa (il Tg2, per esempio) avrete invece ricevuto un'altra informazione. Vi sarà stato detto, oltre a informarvi sulle imponenti misure di sicurezza che accompagneranno il Papa, che, di comune accordo (fra israeliai e palestinesi), il Papa terrà il suo discorso in un campetto vicino alla scuola dell'Aida Camp di Betlemme. Questo vi sarà stato detto.</p>

<p>Poiché ho una grande stima dei lettori che passano da queste parti, so che le conclusioni le avrete già tratte. So anche che probabilmente qualcuno di voi sorriderà come se avesse letto qualcosa di ovvio. Pazienza. Lasciatemi trarre le conclusioni comunque, e poi parliamone. </p>

<p>Se avete letto questa breve nota (e visto il video) saprete un paio di cose in più:</p>

<p><b>1)</b> saprete che no, non c'era un <i>comune accordo</i>;<br />
<b>2)</b> saprete che ovviamente il motivo per cui l'autorità israeliana non ha piacere di far parlare il Papa davanti al muro è che anche gli israeliani sanno usare bene i media;<br />
<b>3)</b> saprete che gli abitanti del campo profughi di Aida hanno fallito nel loro intento;<br />
<b>4)</b> saprete che le autorità israeliane, invece, sono riuscite nel loro intento;<br />
<b>5</b> saprete che questa riuscita vi è stata raccontata come un <i>comune accordo</i>;<br />
<b>6)</b> saprete - magari, se siete arrivati fin qui lo sapevate già - che i mezzi di comunicazione possono raccontarvi tutto quello che desiderano, nel modo che desiderano.</p>

<p>Ecco, può anche darsi che qualcuno di voi penserà che io abbia scoperto l'acqua calda. </p>

<p>Ma sono convinto dell'importanza delle testimonianze dirette, per quanto piccole. E a giudicare dalle percentuali di italiani che credono che la tv dica la verità, forse anche questa nota servirà a qualcosa, e dovreste proprio segnalarla e divulgarla.</p>]]></description>
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         <category>Attualità</category>
         <pubDate>Fri, 08 May 2009 01:46:30 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Cani randagi, formula uno, soldi veri: play it once, Sam</title>
         <description><![CDATA[<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="casablanca02.jpg.jpeg" src="http://www.indignato.it/2009/03/19/casablanca02.jpg.jpeg" width="432" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" /></span></p>

<p>L'ultima volta che avevo dormito, prima di ieri sera, era durata tre ore, forse qualcosa di meno. Mi ero svegliato alle 5:45 sul sedile anteriore della mia auto. Era il secondo Autogrill in cui mi fermavo per dormire per non andare a schiantarmi. Il sedile non si reclinava del tutto - diciamo pure che non si reclinava per niente - perché la macchina era carica di attrezzatura. Aperti gli occhi, era già più o meno giorno, c'era un pullman di giapponesi che fotografavano tutto, proprio come dovrebbero fare i giapponesi in uno stereotipo diventato vivo, e il mio corpo aveva bisogno di caffeina.<br />
Ho ordinato un cappuccino, una spremuta d'arancia, una brioche al cioccolato - non ero ancora abbastanza a sud per chiamarlo cornetto - e mentre ordinavo mi sembrava che parlasse qualcun altro.<br />
Mancavano ancora trecento chilometri alla mia meta. Di lì a poco - 3 ore - avrei comprato delle luci, caricato ulteriormente la macchina, scaricato la macchina, fatto due riunioni. Senza passare dal via o da una doccia, per gradire. Così mi sono lavato nel cesso dell'Autogrill. Non è una cosa così strana, se ci pensate bene.</p>

<p>Se quanto sopra vi sembra una lamentela, fate una cortesia a me e a voi: cambiate pure canale e tornate a guardare la striscia quotidiana di un reality show, e risparmiatemi qualsiasi commento. Non lo è, una lamentela. Anche se mi sentivo una merda, e il constatare che, no, in effetti a nessuno importava se fossi arrivato o meno a destinazione, a giudicare dall'inattività del mio cellulare da ore - del resto, non si può mica pretendere che la gente stia lì ad aspettare: si interessano dopo, questo va detto. Alcuni. - aumentava questa mia sensazione di difficile interazione con il mondo esterno. Chiamiamola così. Ma gli zuccheri aiutano, le endorfine anche.</p>

<p>Sono risalito in macchina, ho messo su Sultans of Swing e la vita ha assunto prospettive diverse. Poi il giornale radio. La voce che progressivamente, edizione dopo edizione, si schiarisce. La voce di una persona che conosci e che ha l'allergia primaverile: lo sai, perché l'ha scritto su Facebook. Dopo un centinaio di chilometri, all'edizione successiva, parla come se niente fosse. L'allarme cani randagi - perdio, è una delle cose più belle che io abbia mai sentito. No, dico sul serio. La prossima volta cosa ci sarà, un'invasione di coccinelle? -; i <i>soldi veri</i>, la nuova <i>tag</i> di Governo e Confindustria che vanno finalmente a braccetto come si confà in un Paese dove il dissenso non va di moda; le nuove regole della Formula Uno, che premieranno il pilota che vincerà più gran premi indipendentemente dai piazzamenti. Che, diciamocelo, è una cosa di cui non mi frega una beneamata fava, ma allo stesso tempo mi pare la più grossa stronzata che io abbia mai sentito in un regolamento di una qualsivoglia competizione sportiva(*). </p>

<p>[...]</p>

<p>Roma si sente bene, di notte, attraverso le tapparelle. Fa già caldo, anche se non quanto mi aspettavo, e ora dormirò in un letto. A raccontarla, la giornata trascorsa dopo l'ultima volta che ho dormito, ci vorrebbe così poco e sarebbe allo stesso tempo così poco interessante che posso tranquillamente risparmiarvelo.</p>

<p>Dormire poco o niente ha sul cervello lo stesso effetto che hanno certe droghe.</p>

<p>Stai lì sospeso, dopo aver guardato quelle tre-quattro scene che ti fanno veramente ridere di "Tre uomini e una gamba" - e fanno comunque ridere molto meno di un tempo - e ti ritrovi a pensare che vuoi scrivere e invece chatti un po'. Con un amico, e poi - contemporaneamente - con una persona che non vedi da almeno un anno e con la quale ti ritrovi a parlare di Torino - che è bella Torino, e non potete capire quanto, se non la vivete. Come è bella Genova. Come è bella, anche se in misura profondamente, endemicamente diversa, questa Roma che si sente bene, di notte, anche quando stai comunicando in silenzio. Comunicare in silenzio, questo è chattare - immaginare lo scenario del vostro appuntamento, che fissate non si sa bene quando, ma lo fissate, sì. Con un'ambientazione anni '50, anzi no, anni '30-'40, Casablanca.</p>

<p>Poi lasci che il sonno ti ricomponga, ti invada con sogni che non ricordi bene ma che attingono, distintamente, dalle ultime giornate che hai trascorso: ti sembra, al risveglio, che l'appuntamento-non-si-sa-bene-quando non sia mai esistito, ma la tecnologia, a differenza dei sogni, ha a disposizione un hardware consultabile senza sprecare centinaia di euro dall'analista, e te lo ritrovi lì, nella cronologia, quello che hai scritto.</p>

<p>Pare che Ernest Hemingway si sia suicidato a causa dell'elettroshock: la terapia elettrocompulsiva, cui si sottopose volontariamente come cura per la sua depressione, lo faceva stare meglio ma lo privava della memoria a lungo termine. La cronologia, insomma. Materia prima per uno scrittore.<br />
La questione è aperta, e riguarda anche altri suicidi recenti.</p>


<ul style="padding-left:1em">
<li style="padding-right:1em">Anche se la Formula Uno non è uno sport. Come non lo sono gli scacchi(**)
<ul style="padding-left:1em">
<li style="padding-right:1em">Strani scherzi fa la memoria. Non avevo memoria degli scacchi in Casablanca. Non prima di trovare l'immagine di apertura. Poi me ne sono ricordato</li>
</ul>
</li>
</ul>

]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2009/03/19/cani_randagi_formula_uno_soldi.html</link>
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         <category>Personale</category>
         <pubDate>Thu, 19 Mar 2009 20:08:22 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Meccanismi capovolti (*)</title>
         <description><![CDATA[<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="Immagine 5.png" src="http://www.indignato.it/2009/02/16/Immagine%205.png" width="489" height="361" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" /></span> Una goccia di stagno liquido - appena fuso dalla punta arroventata di un saldatore che viene utilizzato per saldare alcune minuscole e colorate resistenze in serie e un paio di condensatori sulla matrice di un circuito stampato -  che salta incidentalmente nell'incavo roseo del braccio di un bambino fa male - lo stagno fonde a una temperatura di 231,93°C, e per scriverlo ho dovuto controllare. Brucia, e poi lascia sulla pelle un alone più rosso che si trasformerà a poco a poco in una piccola vescica che finalmente lascerà spazio, dopo qualche tempo, alla pelle nuova. Rimarrà il segno, anche a distanza di tempo, riconoscibile anche sotto i segni lasciati dagli aghi da donatore di sangue che prima, ovviamente, non c'erano.</p>

<p>Era il braccio sinistro. Il circuito stampato lo stava saldando mio nonno nel suo laboratorio, non ricordo di cosa si trattasse esattamente, forse una radio rudimentale, comunque un apparecchio elettronico, con quei piccoli cilindri con minuscole zampe che sono le resistenze, e i colori che ne indicano la misura fisica in Ohm, a saperli leggere. Li sapevo leggere.</p>

<p>Naturalmente, ricordo che mio nonno si sentì in colpa per la faccenda della goccia di stagno fuso sul mio braccio. Devo ricordarmi di ringraziarlo, invece. Mio nonno ha sempre avuto questa passione ingegnosa per le attività manuali: è il classico Uomo Che Sa Fare Di Tutto. Non ultimo, cucinare. Quest'ultima attività me l'ha decisamente trasmessa. Delle altre, mi ha lasciato la curiosità del sapere come sono fatte le cose, come funzionano, come sono fatte <i>dentro</i>. Dev'essere per questo che - al di là dell'andarsene di casa - scelsi di fare ingegneria biomedica e di concentrarmi sul funzionamento dell'essere umano, sul kansei, su ciò che ci rende simili a una macchina orribilmente complessa e su quello che ci differenzia da essa. </p>

<p>Intendiamoci, non ho conoscenze specifiche sui funzionamenti di tutto lo scibile umano, né ci tengo ad averli. E non ho conoscenze specifiche sul funzionamento di un meccanismo o di un oggetto in particolare. Ma posso perdere ore, giorni, anche mesi a cercare di imparare come funzionano le <i>cose</i>. Come funziona Google, per esempio. O un algoritmo per il riconoscimento vocale. O una videocamera: basta poco, anche solo una nozione generale, per darmi soddisfazione, fatto sta che oltre al fenomeno ho bisogno di conoscere il meccanismo.</p>

<p>A dire la verità, c'è un'altra eredità che mi ha lasciato mio nonno, a proposito delle attività manuali. Un'eredità che fa il paio con la visione di un episodio de <b>La casa nella prateria</b> - pensate un po' quali giri contorti può fare la mente umana, eh - in cui il protagonista Charles Philip Ingalls (interpretato da Michael Landon, al secolo Eugene Maurice Orowitz) rivela la sua ossessione, il suo desiderio morboso, la sua paranoia, la sua scimmia - ovviamente, trattandosi de "La casa nella prateria" non è che lo dicesse proprio in questi termini - : quello di lasciare un segno, di lasciare qualcosa per il futuro. Mentre lo dice, sta costruendo una cassettiera, una consolle da camera da letto, qualcosa di simile. Alla fine dell'episodio, un flashforward - roba che per La casa nella prateria doveva essere un meccanismo narrativo clamorosamente innovativo, e che ancora oggi in Italia stentiamo a utilizzare, almeno nella lunga serialità, sai mai, il pubblico è stupido - mostrava due giovani sposi che finivano chissà come nei pressi di un rigattiere, cercando mobili per la casa. E si compravano la cassettiera, o la consolle da camera da letto, quella roba lì, insomma, rimirandola ammirati e felici. Quello era il segno di Charles Philip Ingalls, della sua manualità.</p>

<p>Ecco, la mia ossessione, la mia scimmia, la mia paranoia - non trattandosi de La Casa nella Prateria lo dico proprio così - è proprio questa: lasciare un segno. Come evidentemente lo sta lasciando mio nonno, che ha fatto, costruito, realizzato così tante cose <i>materiali</i>. Solo che io non lo so fare <i>materialmente</i>, so soltanto come si fa a provarci con la <i>creazione</i>.  </p>

<p>E per <i>creare</i>, che puoi vuol dire - pensate un po' - raccontare una storia, è fondamentale, necessario <i>conoscere</i> i meccanismi. Osservarli, capirli, rivoltarli, scardinarli, analizzarli, digerirli e sputarli via e ricominciare da capo, finché non li si padroneggia, finché non li si rende propri.</p>

<p>Del resto, conoscere i meccanismi è importante anche per vivere i rapporti umani e goderseli al meglio. Un giorno, provocatoriamente, ho sostenuto che quando un uomo e una donna eterosessuali si incontrano e iniziano a frequentarsi, dovrebbero subito andare a letto insieme per evitare di incorrere nei pericoli dei meccanismi futuri. E per capire, poi, con calma, una volta risolta la tensione sessuale, cosa sarà del loro rapporto. Un po' provocavo. Un po' ci credo.</p>

<p>E conoscere i meccanismi ti aiuta anche a capire quando un piacere si sta trasformando in un dovere. Quando un dovere ha ammazzato il piacere. Quando si è passato quel sottile confine che delimita le libertà interpersonali. Il che non vuol dire vivere cervelloticamente o ricondurre tutto a schemi prestabiliti, no.<br />
Vuol dire essere aperti, ascoltare, sentire e cercare di capire, e annotare, lì nell'angolo, l'ennesimo meccanismo occorso. Vuol dire giocare a scacchi con empatia.<br />
 <br />
Lo stagno fuso fa male. Le cose funzionano perché qualcuno ha una straordinaria manualità per farle funzionare. Qualcun altro vuole sapere come funzionano per raccontare storie. I meccanismi contano. </p>

<p>E il calabrone vola, miei cari. E sapere perché è fondamentale (**).</p>

<p><b>(*)</b> Questo post, lunghissimo, è da leggersi in compagnia del post <a href="http://noantri.net/2009/02/16/meccanismi/">Meccanismi</a> di <a href="http://noantri.net/">Stefano</a>. Grazie al quale, peraltro, ho per la prima volta analizzato attentamente l'interno dei flap dell'ala di un aereo. Non fatelo, se avete paura di volare.</p>

<p><b>(**)</b> I calcoli cui ci si riferisce - peraltro citando, pare, <b>Nietzsche</b>, che già con la faccenda dell'eterno ritorno dimostrò di capirci poco, di faccende umane - per tirare in ballo l'impossibilità di volare per un calabrone, vengono fatti a partire da un'ipotesi errata: che le ali del calabrone fossero lisce. Non lo sono, e il volo del calabrone - che è possibile eccome - si spiega poco facilmente - la sua aerodinamica non è delle migliori, il che facilita le ironie su di esso - con teorie relative all'aerodinamica instabile. Anche se il suo volo, molto complesso, non è ancora stato modellizzato a dovere. Ora. Non ditemi che sapere queste cose non sia affascinante. Anche questo fa parte di <i>conoscere i meccanismi</i>, cosa che ci mette al riparo dal proliferare delle <i>leggende metropolitane</i> per esempio. Senza togliere poesia alle cose, che sono già tanto poetiche di natura, a saperle guardare.</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2009/02/16/meccanismi_capovolti.html</link>
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         <category>Personale</category>
         <pubDate>Mon, 16 Feb 2009 22:25:25 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Va tutto bene</title>
         <description><![CDATA[<p>In un Paese degno di tal nome, il ritorno di Clemente non sarebbe possibile.<br />
In un Paese degno di tal nome, non dovrei pensare che voglio far testamento biologico a 30 anni perché non si sa mai.<br />
In un Paese degno di tal nome ci indigneremmo. Ci incazzeremmo. Faremmo la rivoluzione.</p>

<p>Come dice <a href="http://notuno.splinder.com">Notuno</a>, vi ricordate quando ci indignavamo? Be', in confronto erano cazzate. Eppure, stiamo qua. Tanto c'è sempre Facebook.</p>

<p>E comunque, va tutto bene.</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2009/02/15/va_tutto_bene.html</link>
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         <category>Attualità</category>
         <pubDate>Sun, 15 Feb 2009 13:07:34 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Uomini e donne</title>
         <description><![CDATA[<p>C'è questa simbologia, sulle porte dei cessi del Contestaccio, che mi lascia perplesso. A parte il cartello che vieta a due o più persone di entrare contemporaneamente nei bagni, indipendentemente dal sesso (sic) riservando alla direzione il diritto a allontanare i trasgressori, intendo.<br />
Il cartello c'è comunque e banalmente significa: non si tromba nel cesso. E va be', a casa propria ognuno mette le regole che vuole.</p>

<p>Ma la questione è un'altra. Appena varcata la soglia dell'antibagno, vi si presenta la scelta, come in tutti i locali di questo mondo che non abbiano un cesso unisex. Ovvero: c'è una porta per il cesso degli uomini e una per quello delle donne. </p>

<p>Al Contestaccio c'è una porta tappezzata esternamente - e, scoprirete, anche internamente - da immagini di donnine ritagliate e incollate tipo collage di quelli che si fanno alle elementari, avete presente, quando si cerca di seguire i contorni con le forbici con le punte arrotondate che sono una contraddizione in termini resa materiale da qualcuno che ha pensato di provare a evitare ai bambini di cavarsi gli occhi - autonomamente o reciprocamente - con le forbici "da adulti", ma non con quelle immagini lì. E allo stesso modo c'è una porta in cui sono, invece, modelli con gli addominali tartarugati et similia a fare la loro prepotente apparizione.</p>

<p>Ora, sono entrato nella porta in cui ci sono i maschi tartarugati per espletare le mie funzioni escretorie, ché vedendo un uomo uscire da lì ho pensato all'equazione facile e tautologica immagine di uomini = per gli uomini. E alla sua gemella immagini di donne = per le donne. Del resto è così che funziona con i simboli, no?</p>

<p>C'è la donna stilizzata, l'uomo stilizzato e l'equivoco è impossibile. E' la potenza del formalismo simbolico, su cui potremo, ne sono certo, dissertare un'altra volta, anche se il dissertarne un'altra volta va un po' a scapito della chiarezza.</p>

<p>Insomma, posso assicurarvi che da uomo eterosessuale un po' fallofobico essere osservati dalla congrega di maschi in posa che campeggiano sulla parte interna della porta del cesso - sì, anche per i maschi il collage prosegue anche internamente - non è particolarmente piacevole.</p>

<p>E' lì che mi si è aperto lo spiraglio: forse ho sbagliato cesso? Forse avrei dovuto entrare in quello con le donnine?</p>

<p>L'uomo stilizzato che si vede in tutti i cessi normali - quello da Autogrill, per capirci - facilita l'immedesimazione, proprio in quanto simbolo. I Bei Maschi Tartarugati di certo no, almeno non nel caso del sottoscritto, che vanta di certo altre doti - giusto perché chiunque deve avere da qualche parte un po' di positività - ma non l'addominale scolpito.</p>

<p>Allora è questo: passare dal simbolismo alle fotografie-collage elimina automaticamente la possibilità di immedesimarsi e genera l'equivoco. </p>

<p>O forse potrebbe trattarsi di un altro tipo di discriminante basato esclusivamente sul gusto sessuale: ti piacciono le donne? Bene. Allora entra nella porta con le donnine. E viceversa. Il che però significherebbe comunicare le proprie preferenze sessuali con il semplice gesto di imboccare la porta di un cesso. Cosa che però si configurerebbe come una palese violazione della privacy e che evocherebbe troppo facilmente quel sesso nel cesso che il cartello dell'incipit invece nega esplicitamente.</p>

<p>Va bene, è evidente: trattasi di una lunga dissertazione sul nulla, o sull'importanza di comunicare, o sugli uomini e le donne, o sul sesso, mascherata da qualcos'altro. Probabilmente.</p>

C'è un altro cartello, al Contestaccio, che da un po' campeggia in tutti i locali romani. Dopo le ore 2 si vendono solo analcolici.<br />
<p align="right"><span class="caps">STACCO</span> SU</p>
Un pranzo. Una delle donne a pranzo - giovane, perdio, giovane - dice qualcosa del tipo: "Il sesso? Ormai è un piacere così lontano".]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2009/02/14/uomini_e_donne.html</link>
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         <category>Personale</category>
         <pubDate>Sat, 14 Feb 2009 14:12:51 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Fare quel che dovrei fare è comunque peggio di fare quel che faccio</title>
         <description><![CDATA[<p>11,80 euro per compare una mappa concettuale non mi sembrano troppi. </p>

<p>Anche se il concetto di mappa concettuale sembrerà a qualcuno un'astrazione, una di quelle cose da intellighenzia di sinistra. Questo qualcuno, nel caso, non conosce il sottoscritto. Che magari indossa cappelli, porta sciarpe e parla di Progetti, ma butterebbe una bomba al napalm su qualunque forma vivente di intellighenzia. Se vi sembra una contraddizione in termini, potete smettere di leggere. Se invece condividete il mio odio verso le intellighenzie, comprenderete facilmente perché, se mi capitasse di investire con l'auto qualcuno che, per qualche motivo, dovesse avere la tessera di una qualsiasi intellighenzia - lo so, che non ce l'hanno la tessera. Ma dovrebbero -, farei retromarcia per infierire sul cadavere di quel qualcuno.</p>

<p>Fatto sta che questa mappa concettuale, da questa sera, sarà appesa sotto forma di foglio bianco, su una delle pareti di casa, con quattro pennarelli colorati appoggiati su una delle mensole della libreria accanto alla mappa di cui sopra.</p>

<p>Ho un po' di preoccupazione per il momento in cui ci scriverò sopra le prime quattro parole, che sono quelle che compongono quella roba che ormai si sente anche in giro, camminando per via Vanchiglia, e che risponde al nome di "il-mio-status-su-Facebook". Sarebbe abbastanza ridicolo, non fosse che Facebook rischia di diventare l'equivalente del telefono cellulare. E quindi, fra poco, a pagamento. Probabilmente, sarebbe anche giusto che fosse a pagamento, diciamocela tutta. Almeno la cosa toglierebbe le pigne dal cervello a chi pensa che tutto sia in qualche modo dovuto: eh sì, ve lo dico, quelli che gridano alla censura, che si lamentano della pubblicità, che si cancellano perché oh ci sono i gruppi favorevoli alla pena di morte, be', quelli mi fanno ridere. E' un po' come chi arrivava a insultare nei commenti del blog - quando ancora era quello il mio strumento principale di comunicazione in rete - e si lamentava di "censura" se cancellavo. Chiamasi, invece "regole di casa mia". Sei ospite. Se ti piace bene, se no puoi uscire. Con le tue gambe, oppure in orizzontale, a scelta. Cosa che non è esattamente sinonimo di censura. Ma vai a farlo capire a chi non supererebbe un banalissimo test per il "voto ponderato".</p>

<p>Dicevo, ho un po' di preoccupazione per il fatto che il risultato finale, una volta che il foglio bianco comincerà a trasformarsi in un foglio non bianco, non sia esattamente quello che mi aspetto. Anche se, effettivamente, chi l'ha mai vista una mappa concettuale? Io no. Sarà la prima, e quindi qualsiasi cosa essa sia veramente, andrà bene.</p>

<p>La signora del "Bellearti" di via Vanchiglia avrebbe voluto vendermi di tutto - mi ha offerto pastelli a cera, matite colorate, pennarelli diversi da quelli semplici che volevo io - e poi ha cambiato il prezzo dei 4 pennarelli in offerta a 5,00 euro in 4 pennarelli in offerta a 5,50 euro, dicendo che si era sbagliata.</p>

<p>Non sono riuscito a arrabbiarmi. Ha fatto su e giù per la scaletta così tante volte, per l'età che ha e per l'incapacità che ha di ascoltarti, tutta concentrata com'è a venderti tutta l'oggettistica di bellearti che ha in magazzino - sia chiaro. Non so disegnare, sono negato per qualunque forma di arte pittorica o scultorea et similia, eppure, nonostante ciò, comprerei tutti i colori del mondo in tutte le loro forme, sono fanatico della carta su cui si disegna, mi piacciono le tele e ho un'insana passione per quegli omini snodati di legno che si dovrebbero usare per dipingere figure umane, a quanto mi dicono. E proprio oggi ho scoperto che esiste anche il cavallo snodato. E mi sono chiesto perché non un elefante - ha fatto così tante volte su e giù che questi 50 centesimi in più se li è guadagnati.</p>

<p>70&#215;100 era la dimensione più grande di un foglio acquistabile nel negozio. Ne ho presi due. E anche due matite - alla fine ce l'ha fatta, la signora, a farmi comprare più di quel che volessi - perché mi sono convinto che al limite avrei potuto cancellare. Ma poi non ho comprato la gomma, e sono certo di non avere gomme a casa. Quindi, non userò le matite, oppure non le cancellerò.</p>

<p>Detto ciò, sto finendo un montaggio di un lavoro che ha a che vedere con Terence Hill.</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2009/02/07/fare_quel_che_dovrei_fare_e_co.html</link>
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         <category>Personale</category>
         <pubDate>Sat, 07 Feb 2009 20:39:39 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Facebook ha ammazzato tutto</title>
         <description><![CDATA[<p>Lo pensavo, oggi, e lo dicevo con <a href="http://www.noantri.net">Ste</a>. Che forse Facebool ha ammazzato i blog. O forse no. Forse sono solo in coma reversibile. Forse ritorneranno. E noi saremo qui a non farci attendere neanche per un attimo. </p>

<p>Via le ragnatele, signori, si blogga e ci si indigna.</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2009/02/01/facebook_ha_ammazzato_tutto.html</link>
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         <category>Personale</category>
         <pubDate>Sun, 01 Feb 2009 03:02:50 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Auguri</title>
         <description><![CDATA[<p>Sono stato mandato a fare in culo, con dovizia di altri insulti e accompagnamento di gesti che mi esortavano a infilare oggetti di varia forma e dimensione in qualche mio non meglio specificato orifizio, da quattro ragazzini imberbi in auto.</p>

<p>Li avevo illusi. Ho aperto la portiera della macchina, loro sono passati credendo di aver trovato parcheggio, io stavo solo mettendo il ticket del pagamento di queste belle linee blu romane. Sono ripartiti sgommando con il coretto di cui sopra.</p>

<p>Ho augurato ai ragazzini il meglio per loro stessi e per l'umanità: di smettere al più presto di essere un problema per loro stessi e per l'umanità, nel modo più cruento possibile.</p>

<p>Ma solo dopo aver considerato quale sia lo stato di degrado dell'umanità stessa, sia chiaro.</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2009/01/31/auguri.html</link>
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         <category>Personale</category>
         <pubDate>Sat, 31 Jan 2009 13:34:03 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Sorridimi ancora</title>
         <description><![CDATA[<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="Immagine 3.png" src="http://www.indignato.it/Immagine%203.png" width="386" height="210" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" /></span> Sul sito di <a href="http://www.unmondoacolori.rai.it">Un mondo a colori</a> si trova la puntata <b>Sorridimi ancora</b>, realizzata dalla premiata ditta Fulvio Nebbia, Alberto Puliafito, <a href="http://www.noantri.net">Stefano Sgambati</a>.</p>

<p>La puntata si può vedere <a href="http://www.unmondoacolori.rai.it/sito/scheda_puntata.asp?progid=837
">direttamente da qui</a>.</p>

<p>Si tratta di un breve documentario su un tema decisamente ostico: l'acidificazione, pratica nefasta e nefanda che vede come vittime le donne. Al di là del servizio e del tema, amo alla follia il breve montage su ragazze sorridenti e musica di Faber.</p>

<p>E si tratta anche del modo che conosciamo per dare un senso a uno dei lavori più futili del mondo. Graditi commenti, come al solito, anche se i lettori, da queste parti, scarseggeranno per ovvie - e colpevoli. Del sottoscritto - ragioni.</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2009/01/30/sorridimi_ancora.html</link>
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         <category>Grilli per la Testa</category>
         <pubDate>Fri, 30 Jan 2009 08:21:01 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Viaggi /2 - Firenze e Starbene</title>
         <description><![CDATA[<p>Evidentemente, per quanto io ci provi - e ve lo assicuro che ci provo, e ci provo tanto - non riesco a uscire dall'autobiografico, quando scrivo. Perlomeno, quando scrivo senza metodo, così, come esercizio per me, per chi legge, per tutti. Cosa che, non essendo per me la scrittura un lavoro è, al momento, l'unico modo di scrivere che mi è dato.</p>

<p>Non riesco a uscire dall'autobiografico semplicemente perché non posso fare a meno di parlare degli eventi che mi occorrono, un po' come raccontare di un poster di uno scrittore che mi viene dato in omaggio - che poi fa sì che ne scriva anche qualcun altro, cosa che non può che far piacere -.</p>

<p>Probabilmente, sono io che, come per quel famoso poster, attribuisco significati ai significanti, questo è evidente.</p>

<p>Fatto sta che mi trovo a Firenze con i miei due più cari amici, si lavora per la prima volta insieme dopo tanti anni e stiamo per andare a cena da Valentina, altra cara, carissima amica - per la cronaca, Fulvio, Alessandro e il sottoscritto, insieme a Alessio, che però non c'è, sono stati ospiti di Valentina per un mese, nell'estate del 2004: giravamo "Phone Center - Il tamburo moderno". Una docu che non ha mai visto la luce se non su un defunto progetto chiamato Teleblogo - e stiamo, come se fosse una gita del liceo, accampati in una stanza tripla. Io mi sono appropriato del letto a due piazze, con la scusa del mal di schiena - che ho, del resto.</p>

<p>Siamo lì a parlare un po' di tutto. Trent'anni e non sentirli, altroché.<br />
Poi a un certo punto esco, per una pratica che avevo dismesso da mesi e che però oggi mi va di frequentare - è a orologeria, nessuno tema -: compro un pacchetto da 10 di sigarette. Eh sì. Va be'.</p>

<p>Poi passo davanti a una panetteria. Il nome di questa panetteria dovrebbe farci riflettere un po' tutti, ma ne parleremo poi, perché non lo noto, entrando.</p>

<p>Scruto da fuori: una quantità infinita di dolciumi e salato variegato. Entro, la panetteria è piccola e stretta ma accogliente. Una signora scambia un paio di battute con la titolare - che sorride, è particolarmente sorridente a dire il vero - e io intanto mi faccio strada - è davvero stretta - per comprare un po' di pizzettame da portare ai due amici. Penso che ce lo meritiamo, di star bene: è stata una bella giornata, fra il lavoro e le chiacchiere e un gesto insulso e un po' romantico del sottoscritto, che non rinuncia mai a vivere tutto quanto come se fosse un film. Volete sapere qual è il gesto?</p>

<p>Be', non vi è dato: anche tre amici possono avere un segreto. Anzi, devono.</p>

<p>Pago 5 euro, mi faccio scaldare la pizza e ho appena il tempo di leggere una scritta su una cartolina appesa a una bacheca, una scritta che ha a che fare con il guardar le cose, gli occhi, la mente, il cuore, roba così. Appena il tempo di voler provare a rileggerla e mi sento dire:</p>

<p>- Vuoi un dolcino?<br />
- ...<br />
- Scegli - sorride<br />
- Ma...<br />
- Su, su, quale vuoi?<br />
- Hmmm... vediamo, ora ho l'imbarazzo della scelta<br />
- ... - sorride<br />
- Questo - indico un mini-bombolone alla crema<br />
- Questo con la crema?<br />
- Sì</p>

<p>La signora prende il dolcino, lo incarta.</p>

<p>- Un dolcino ci vuole.<br />
- Sì, è vero.<br />
- Piove ancora, vero?<br />
- Sì... strano, spesso quando vengo a Firenze trovo freddo o maltempo<br />
- Eh. Poi è una settimana che fa davvero freddo.</p>

<p>Mi porge dolcino e pizza, ci salutiamo.</p>

<p>- Buona serata<br />
- Buona serata a te</p>

<p>Chiudo la porta e leggo il nome della panetteria: "Starbene".<br />
E' scritto anche sulla busta di plastica che sta qui sul letto, svuotata dal suo contenuto dai tre amici famelici: gli altri due mi aspettano sotto mentre finisco di scrivere queste poche righe.</p>

<p>Starbene.</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2009/01/25/viaggi_2_-_firenze_e_starbene.html</link>
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         <category>Personale</category>
         <pubDate>Sun, 25 Jan 2009 12:42:40 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Storia di una strada e di un bilancio</title>
         <description><![CDATA[<p>E' che una strada che prosegue lenta la notte si porta appresso tutte le conseguenze della sua stessa essenza. E' che una giornata in un mondo finto-vero, dalla plastica al legno, dalla pubblicità alla verità del freddo pungente e della corsa in aeroporto, dai tacchi gonfiabili all'evento che altri chiamerebbero "disegno divino" (brrr) e che per me resta una chiara manifestazione della casualità in tutto il suo splendore, be', quella giornata lì la mattina dopo ti si presenta e dice: oh, facciamo un bilancio?</p>

<p>E tu non hai nessuna voglia di bilanciare un bel niente, soprattutto dopo essere uscito a spostare la macchina perché il meraviglioso parcheggio gratuito sotto casa si è trasformato in un inferno a pagamento dalle regole assurde, hai preso il cappuccino e il cornetto - che qua se chiama così - facendoti trattare male come al solito dalla tua barista preferita, e prendi coscienza del fatto che buondì, la giornata è iniziata e non ci sarà verso di completare quel che andava completato: il sonno tranquillo, con i giusti sogni.</p>

<p>Intorno, accade di tutto. Si muore a scuola, la chiesa dice che Gramsci si convertì in punto di morte, a Bangkok fanno opposizione seriamente mentre noi restiamo pecore inquadrate dai cani da pastore - sia chiaro, non so niente della situazione politica thailandese. Mi piaceva far notare, però, l'italica ignavia -, abbiamo il Piddì e il Piddìelle, c'è la crisi e le tasse, e in tutto questo c'è chi gioca persino il campionato di calcio.</p>

<p>Ce ne sarebbe a sufficienza per chiudere la saracinesca e andare a dormire. Ma c'è un altro mondo intorno, quello più piccolo e privato, che pretende che si facciano cose, si vedano persone, si pronuncino parole.</p>

<p>Io preferisco il silenzio, alle parole. Che messa così sembra una dichiarazione a effetto priva di significato, vista la mia logorrea. Ma c'è chi sa del mio silenzio e di quanto una strada che prosegue lenta la notte si porti appresso la necessità stessa di quest'assenza di parole.</p>

<p>Come? Il bilancio? Mi pare scontato. E' positivo. Come i bilanci di tutte le giornate che ho scelto e che ho lasciato scegliere, che ho vissuto come andavano vissute.</p>

<p>Mentre chiudo questa nota ho un piccolo senso di colpa nei confronti della mia recente presa di posizione a proposito della scrittura quotidiana, che andrebbe canalizzata in altro. Tant'è, dieci minuti strappati anche a quell'altro mi sembrano, oggi, irrinunciabili.<br />
Updated 2 seconds ago</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2008/11/26/storia_di_una_strada_e_di_un_b.html</link>
         <guid>http://www.indignato.it/2008/11/26/storia_di_una_strada_e_di_un_b.html</guid>
         <category>Personale</category>
         <pubDate>Wed, 26 Nov 2008 08:15:23 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Storia di un cappello sul ginocchio e di un film meraviglioso</title>
         <description><![CDATA[<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="2008_changeling_001.jpg" src="http://www.indignato.it/2008/11/23/2008_changeling_001.jpg" width="600" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" /></span> Applaudivo, alla fine, mentre scorrevano i titoli di coda - "Che trishte" "Zitti, perdio, zitti". La prima è la frase pronunciata da una feticista della ciarla e del commento a bruciapelo appena calato il sipario, la seconda è la mia reazione - su un piano sequenza costosissimo e di sicuro non colto da molti. Applaudivo con gli occhi gonfi e l'animo pieno, ché al cinema bisognerebbe applaudire. Sembravo un cretino, diciamocelo. E diciamoci anche che potrebbero esserci, qui sotto, spoiler. Non pretenderete mica che uno parli di un film senza fare accenni a quel che succede, no?</p>

<p>Il cappello che ho comprato oggi nel non-luogo - o nuova centralità - del centro commerciale, insieme a Davide e Mila, lo tenevo sul ginocchio ed è rimasto lì per tutto il film - tempo fa, pochi giorni, o forse qualche anno, ho scoperto che non sono certo l'unico a tenerlo sul ginocchio al cinema - tranne per il finale, quando dovevo per forza, per forza stringere qualcosa, e stringere la mano di Davide non era certo opportuno, ecco.</p>

<p>Be', amici miei, il punto focale di questa storia è semplice: bisogna fare qualcosa per Clint Eastwood. Bisogna trovargli un elisir di lunga vita, una pozione di ringiovanimento, qualcosa che lo preservi da qualunque acciacco. Perché quest'uomo non solo non sbaglia più un film da tempo: quest'uomo migliora, continuamente, anche quando sembra impossibile.</p>

<p>"Changeling", di che parla "Changeling"? Dei cambiamenti? Dell'amore? Della corruzione? Delle sconfitte? Delle vittorie? Delle conquiste civili? Del manicomio? Della pena di morte? Dell'elettroshock? Della vita? Parla di tutto questo, e sicuramente non ne parla in toni assoluti. Oh, sì, ci sono, i dannati e i salvati, ci sono eccome. Ma il bene e il male, gli accadimenti, le battaglie private che diventano battaglie sociali e storiche, si mescolano e si traducono tutti in questa meravigliosa serie di inquadrature e movimenti di macchina magistrali, con un Eastwood che sceglie storie sempre più belle e complesse da raccontare, e che le racconta in maniera semplicemente magistrale.</p>

<p>Ci sono milioni di emozioni e sottotemi in questo film, milioni, come milioni sono le espressioni di una meravigliosa e bravissima Angelina Jolie - guardatelo in lingua originale, se potete - fotografata da Tom Stern (vecchia conoscenza di Clint) in maniera semplicemente perfetta, con questi primi piani lividi e le occhiaie e gli occhi limpidi di madre e quel rossetto rosso tirato fuori così bene da quelle dominanti fredde, e quei dialoghi taglienti e secchi e una sceneggiatura che fa venire i brividi.</p>

<p>Eastwood cammina come un equilibrista sul filo della delicatezza da commedia che dura poco che diventa dramma che diventa <i>legal</i> dopo essere diventato uno spaccato sulla vita manicomiale e riesce anche a parlare di amore - con una delicatezza, una freschezza, una poesia, cari miei. Si parla d'amore, in un rapido scambio di battute e inquadrature in cui si parla anche, pensate un po', di cinema e di visioni dello stesso - che non sia quello materno e a concedersi, quando serve, addirittura un'estetica western. Ecco. Quando serve. Tutto quello che si vede in questo film, <i>serve</i>, è al servizio della storia, la rende ricca e viva e possente. E soprattutto, universale.</p>

<p>Universale, ma non assoluta Il relativismo di Eastwood è di quelli che fanno male al cuore, anche se non ci sono dubbi su chi siano i buoni. Il problema è che i buoni sono quelli che fanno le regole, e le regole, generalmente, vengono fatte rispettare dai buoni che a un certo punto buoni non sono più.</p>

<p>Ed eccola, la critica sociale che emerge - ma quando non emerge, nei recenti lavori di Eastwood? - come un macigno, come le lacrime che bagnano abbondanti gli occhi della Jolie, e di chi al cinema si emoziona ancora come la prima volta.</p>

<p>Stringo ben forte il cappello. In sala siamo rimasti in sei. Una coppia, Davide e io, due ragazze straniere: una piange, io prometto a me stesso che racconterò storie. E che, come al solito, parlerò di quel che è bello per condividerlo.</p>

<p>Fuori dal cinema, fa un freddo pungente. Ma oggi ho comprato la sciarpa più lunga del mondo, un cappello e dei guanti. Costringo Davide a scattarci una foto in Piazza del Popolo, perché mi ricordo cos'è successo all'uscita di ogni bel film. E questo è un film che voglio ricordare ancora di più.</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2008/11/23/storia_di_un_cappello_sul_gino.html</link>
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         <category>Personale</category>
         <pubDate>Sun, 23 Nov 2008 02:00:00 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Adorava l&apos;America.</title>
         <description><![CDATA[<p>L'amico <a hrtef="http://www.noantri.net">Ste</a>, nella notte delle Elezioni Presidenziali Americane 2008, una notte che, per sua stessa ammissione l'avrebbe appassionato, contrariamente alle sue stesse aspettative, un po' anche per merito del sottoscritto, mi propose un giochino letterario. Mi mandò una foto di una votante e mi chiese di scrivere un raccontino che iniziasse con <i>Adorava l'America. La idolatrava smisuratamente.</i></p>

<p>Lo iniziai, ma non mantenni la promessa di finirlo. Ora, visto che è una bella sensazione, ogni tanto, finire qualcosa, be', ho provveduto. Ieri, in treno. Non so se sia un raccontino né se valga la pena di leggerlo, ma è il mio modo di mantenere una promessa fatta, e va ad aggiungersi a <a href="http://noantri.net/2008/11/05/adorava-lamerica/">questi raccontini qui</a>.</p>

<p><span class="mt-enclosure mt-enclosure-image" style="display: inline;"><img alt="-2.jpg" src="http://www.indignato.it/2008/11/22/-2.jpg" width="620" height="473" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" /></span> <i>Adorava l'America. La idolatrava smisuratamente.</i> Ecco perché vedere tutta quella sfilata di Grandi Americani in televisione che invitavano, chissà perché, ad andare a votare, come se improvvisamente andare a votare fosse importante nel 2008 e non prima, o dopo, be', l'aveva convinta. Il potere dell'America la convinceva sempre, e questa volta l'aveva convinta a fare una cosa - votare - che le era sempre sembrata futile.</p>

<p>Era la sua prima volta in un seggio elettorale. Non aveva mai votato prima, e suo padre l'aveva sempre rimproverata per questo. Ma non le importava di suo padre, erano trent'anni che conviveva con il fatto che suo padre non avesse fatto la guerra del Vietnam, no, lui era rimasto a casa e così lei non poteva vantare nessun reduce in famiglia, e questo non riusciva a perdonarglielo: tutte le persone potenti accanto a lei avevano almeno un reduce in famiglia. Proprio come nei film.</p>

<p>Anche suo padre adorava l'America, beninteso. Solo che probabilmente idolatravano due americhe diverse. E probabilmente quella del padre non c'era più, per fortuna. Ci mancava solo di doversi lasciar influenzare dal padre.</p>

<p>Eppure, i Grandi Americani erano certi di una cosa: si doveva andare a votare, quella sarebbe stata l'elezione del secolo. Così, lei si era convinta e nel frattempo aveva comprato il vestito giusto e le scarpe giuste. Ma non per andare a votare, no. </p>

<p>In quel novembre stranamente primaverile, Wendy A. Jericho si era vestita con un vestitino corto nero e le scarpe col tacco e senza calze perché la moglie del suo capo era fuori per un ciclo di conferenze e lui era libero. Sì, sì, certo. Lui le aveva promesso che avrebbe lasciato la moglie prima o poi, ma la verità è che a lei non importava proprio, perché lei, il suo capo, se lo voleva solo scopare. </p>

<p>Vorremmo forse biasimarla per questo proprio ora che compie il suo dovere da cittadina per la prima volta?</p>

<p>Parliamoci chiaro: era giovane, Wendy, era bella, e si era appena scopata il suo capo in ufficio. Questo non fa di lei un cliché - né umano né narrativo -, anche se a qualcuno potrà sembrare così. Ve lo dico io, invece: niente cliché. Possiamo ammettere, una volta per tutte che a una giovane bella piaccia, semplicemente, scopare? Senza che questo la etichetti in alcun modo? </p>

<p>Possiamo ammettere una volta per tutte che si sia vestita così non perché ci voglia l'abito adatto per andare a votare la prima volta ma perché il suo capo, che a lei piace perché le piacciono gli uomini con il potere - che ci può fare? non resiste agli uomini col potere - si eccita quando lei si veste tutta di nero e senza calze? </p>

<p>Ecco. Questo non le ha impedito di andare a votare per la prima volta. E di votare il candidato che le aveva suggerito il padre. E di metterci amore, nel fare per la prima volta ciò che il padre le aveva suggerito, anche se probabilmente quello stesso padre non avrebbe apprezzato la sua scappatella con un uomo sposato. O forse sì, insomma. Mica era uno di chiesa, il padre. E il Vietnam non l'aveva fatto perché aveva deciso di fare l'obiettore.</p>

<p>Le loro due americhe forse non erano così diverse. E il fatto di essersi scopata il suo capo poco prima, be', quello non c'entrava proprio nulla, no. Era puro amore per il sesso che, per uno di quegli straordinari casi della vita, si concretizzava in un orgasmo poco prima della prima volta di Wendy in un seggio elettorale. <br />
Era una specie d'amore anche quello, per la libertà e per quel vento di cambiamento di cui tutti parlavano come se il cambiamento fosse, di per sé, un valore positivo.  Alla fine Wendy ci metteva amore, nel sesso come nella vita. </p>

<p>Entrambe le circostanze, entrambi gli amori - quello per il sesso e quello per la libertà - sono fatti assolutamente umani. Così come era umano l'aver sentito un fremito tutto femminile al pensiero di quel (probabile) futuro presidente così giovane e così potente che Wendy aveva appena votato. Un fremito che si sarebbe fatta togliere presto dal suo capo, decisamente più accessibile, almeno in questa settimana.</p>

<p>Questo, Wendy, che non era mica stupida, anche se qualcuno avrà pensato diversamente, <i>tutto</i> questo lo pensava mentre i suoi tacchi da amante del sesso e dell'America e di un sacco di altre cose ticchettavano sull'asfalto per tornare in ufficio.</p>]]></description>
         <link>http://www.indignato.it/2008/11/22/adorava_lamerica_1.html</link>
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         <category>Offline</category>
         <pubDate>Sat, 22 Nov 2008 14:16:54 +0100</pubDate>
      </item>
      
      <item>
         <title>Storie di cappelli smarriti, social network e serendipity</title>
         <description><![CDATA[<p>I cappelli che ho perso non si contano. Se non ne avessi mai persi, probabilmente ne avrei una cinquantina, senza esagerare. Adoro i cappelli, di ogni forma e colore, non so perché, mi sono sempre piaciuti, forse perché coprono la testa e i pensieri, forse perché scaldano, non conosco il motivo razionale, so solo che mi piacciono.</p>

<p>La mia testa, del resto, mi è sempre piaciuto coccolarla un po'. E quando la stempiatura si è fatta notevole, be', è bastata una piccola scusa per operare la rasatura definitiva. E' stata Daniela, Daniela Paganini, a radermi. Eravamo a Genova, in una casa che avevo preso in affitto: via Bainsizza, zona Sturla. Avevo appena dato il mio primo esame universitario, un <i>anticipo</i> - si chiamavano così, allora, anticipi o preappelli. Immagino che non sia cambiato molto - di Chimica, professor Busca. Ingegneria Biomedica. Oggi potrei chiedere al me di allora perché mai abbia fatto quella scelta. Quella di Ingegneria Biomedica, intendo, non la rasatura. Per andare via di casa e vivere esperienze, sarebbe la risposta, probabilmente.  </p>

<p>Insomma, feci una scommessa: se avessi preso 30, mi sarei rasato e sarei andato a farmi registrare il voto con la maglietta dell'Inter. Il prof era interista, io no. Io all'epoca praticavo ancora il calcio come tifoso e mi sentivo juventino. Presi 30 e così onorai la scommessa. Da allora ho imparato a radermi da solo, con macchinetta elettrica o con rasoio, e ho comprato un sacco di cappelli.</p>

<p>Ho ancora le foto di Daniela che mi rade nella cucina di casa, le ho chissà dove. Daniela era una persona speciale, ignoro che fine abbia fatto ma le volevo bene: magari la cercherò su Facebook, prima o poi apparirà. Tanti cappelli quante le persone a cui ho voluto bene. C'era anche Enrico Torielli, ricordo, in quella stanza. E qualcun altro, ma ora non mi sovviene chi. Ci sono molte persone cui ho voluto bene a Genova.</p>

<p>Il che non vuol dire sminuire Daniela, che era speciale. Vuol solo dire che, per fortuna, incontro molte persone speciali.<br />
Un giorno Valentina mi disse che forse sono io a vedere le persone speciali. In effetti, molto spesso parlo di chi mi circonda in maniera entusiastica: faccio il misantropo, ma in definitiva mi piacciono le persone, mi piace la gente. Solo che non credo di essere io a vederle - e quindi renderle - speciali. No. E' l'empatia. E' il non esser gigli ma vittime di questo mondo di De André.<br />
E' il modo diverso di guardare il mondo di Wallace.</p>

<p>Ho perso molti cappelli. Il primo l'ho perso un sacco di tempo fa. Il primo che ho cominciato a portare al contrario, l'ho perso dopo aver girato il mio primo cortometraggio vero, con attori veri: erano Tiziana Sensi e Vincenzo Bocciarelli, che si prestarono a farsi dirigere da un aspirante registello di 20 anni. Avevo persino un dolly, avuto per una di quelle concomitanze di eventi che meriterebbe una parentesi più lunga di questo stesso scritto. Ho perso quel cappello che portavo al contrario. Anche Tiziana e Vincenzo li ho persi di vista e non so che fine abbiano fatto, esattamente.</p>

<p>Mi rendo conto che è colpa mia, l'aver perso di vista le persone. O meglio, è colpa mia e delle scelte di vita, del mio rincorrere questi sogni che ho, lì, ben chiari davanti a me. Dev'essere per questo che mi piace così tanto Facebook. Ritornano, tutti, prima o poi: ho la sensazione di non lasciar più nulla alle spalle senza scampo, di poter rivedere, risentire e soprattutto ricordare. Perché nel mestiere che voglio fare, il ricordo è la risorsa più preziosa. Io voglio raccontare storie. E lo diceva Hemingway, che i ricordi erano la sua risorsa più preziosa. Tanto che si uccise perché la terapia elettrocompulsiva cui lo sottoponevano per <i>curarlo</i> dalla depressione, lo privava della memoria a lungo termine. Si uccise, perché non poteva sopportare di non aver più a che fare con la materia prima della sua essenza, quella dello Scrittore. Anche David Foster Wallace, scrittore, era depresso, ha subìto volontariamente elettroshock e si è ucciso. Quante persone cui voglio bene lo condividono con me, l'amore per Wallace. Alcuni non vorrebbero essere citati, e non li citerò. Stefano Sgambati, per dire, un libro di Wallace me l'ha regalato. Francesco Favale, invece, me l'ha fatto conoscere. Lui, Wallace, in testa portava le bandane. Mi piacciono le bandane, anche se fanno motociclista sfigato anni '70, oggi.</p>

<p>Mi è sempre piaciuto portare qualunque cosa che coprisse la testa; in particolar modo, appunto, mi piace portare i cappelli e soprattutto portarli al contrario, al contrario di come sono stati pensati. Ma non facciamone una lettura banale di spirito di contraddizione. Mi piacciono così e basta.<br />
 <br />
Ne ho perso uno in spiaggia in Liguria, non ricordo dove. Uno l'ho perso nel 2004, quando sono stato a Roma per sostenere l'esame di ammissione alla Scuola Mediaset, sulla metro B, direzione Rebibbia. Uno l'ho perso a giugno alla fermata del 60 di via Nomentana angolo via Tripoli, mentre andavo a lavorare in Wilder: uno dei lavori più difficili e sofferti e finiti male della mia breve carriera.<br />
Uno l'ho perso, mi pare, nel '93, o giù di lì, in un'estate arroventata sui campi da tennis. Uno l'ho perso a Madrid con Marta. Fra l'altro, Marta me l'aveva presentata la Daniela di cui sopra.</p>

<p>Da quel lontano giugno '97, poi, mi è sempre piaciuto radermi il cranio. E' una bella sensazione che, peraltro, si aggiunge alla sensazione di prendersi cura di sé. Dopo Daniela, chissà perché, a nessun'altro è stato concesso radermi: ho sempre voluto fare da solo. E si riconosce subito quando sono stressato o molto impegnato: non mi rado, e la peluria cresce disordinatamente. E richiede altri cappelli, che compro ogni volta che ne vedo uno che mi piace. Alcuni, non li porto mai. Non perché mi mporti cosa ne dica la gente, ma perché essendo obiettivamente strani mi costringerebbero a sentir tutta una serie di commenti che, francamente, le persone si possono risparmiare ma che non si risparmiano mai (uno di questi cappelli è quello della foto. Tiene un caldo meraviglioso e d'inverno è semplicemente irrinunciabile).</p>

<p>L'ultimo cappello l'ho perso oggi, a Fiumicino, verosimilmente, visto che l'avevo in testa subito prima del metal detector, subito dopo aver discusso con una della vigilanza per le cassette del girato che avrei preferito far passare esternamente, ché anche se non dovrebbe succeder nulla non si sa mai. Non è successo nulla, se non che ho perso il mio cappello. </p>

<p>L'ho perso mentre mi accingevo a tornare nella mia Torino, lasciando per qualche giorno la mia Roma, dopo aver girato una puntata del programma cui sto lavorando, con tutta una serie di persone cui voglio bene per forza, perché questo è un lavoro che ti mette alla prova e ti fa gioire e disperare e condividere: sono quasi tutti su Facebook, pensate un po'. C'è Alessandra Cappella, e Magda Geronimo, e Francesca Cucci, e Alessandro Borghese e Luca De Rienzo e Simone Onorati, e Giulio Romano, e Davide Sapelli, e Pierfrancesco Citriniti, manca Lamberto e mancano i due fonici Francesco e Marco, probabilmente, e non so se Patrizia e Bri Bri abbiano Facebook, magari sì e magari lo scoprirò con questa nota. E notate come venga naturale, fare nomi e cognomi, ora che esiste questo oggetto alieno qui, questo <i>social network</i>, se vogliamo usare un termine tecnico: usarli per chi c'è, tenere i soli nomi per chi non c'è.</p>

<p>Un social network è un po' come una cappelliera dove potrebbero esserci, idealmente, tutti i cappelli che ho comprato, ma soprattutto tutti quelli che ho perso.<br />
Forse, scopro di voler bene alle persone senza un motivo razionale, così come mi piacciono i cappelli. Voglio bene alle persone che entrano a far parte della mia vita e che in un certo senso la condizionano e la modificano.</p>

<p>Intendiamoci: non mi piacciono tutti i cappelli, e ci sono vari gradi di bene e non voglio bene a tutte le persone indistintamente. Anzi, c'è gente che mi sta proprio sui coglioni, in giro. E generalmente io sto sui coglioni a loro, è uno scambio reciproco. Il peggio avviene quando sto sui coglioni a qualcuno cui voglio bene, ma capita anche questo, come capita di perdere i cappelli, e uno se ne fa una ragione senza pensarci tanto.</p>

<p>Il bello è che dietro a ogni cappello - così come dietro a ogni persona - c'è una storia, e mentre scrivo, qui, sull'aereo, e guardo le persone accanto, leggo le loro storie, o almeno quelle che comunicano: la coppia gay di amanti, uno dei due si nasconde e probabilmente ha anche una relazione etero; la donna in carriera che ha al polso l'orologio dal quadrante rettangolare che le ha regalato una vecchia zia, l'unica che la proteggesse da un padre violento e una madre succube; l'amante del ricco cocainomane con le tette e le labbra rifatte che sale nel nord per un weekend in montagna anche se la neve non c'è e forse le toccherà scopare anche un amico di lui. C'è tutto, sull'aereo. Anche quelli che a pelle ti stanno sui coglioni perché sono concentrati solo su loro stessi. E mentre torno in aereo ci sono altre due persone che tornano a Torino. Uno è il coinquilino, il Davide Favargiotti con cui divido più d'una cena nella nostra pizzeria preferita, e con cui - anche se a volte gli faccio credere che non sia così - divido l'amore per le persone e per le loro storie. Anche se ho un carattere di merda, o se faccio quello che ha un carattere di merda. </p>

<p>Ecco, la chiave irrinunciabile - e torniamo a bomba - è l'empatia. L'empatia che hai quando un cappello lo compri con qualcuno. Ne ho comprati con Marta, con Simona, con Aurora, per esempio. Ne ho comprati con mia madre, con mio padre, con Fulvio. Ne ho comprati da solo o con persone di cui mi importava poco o niente, ne ho comprati a Roma, a Torino, a Genova, a Milano e in Messico e in Guatemala e in Sicilia e in Spagna e chissà dove altro che ora non ricordo, ah, sì, uno in Danimarca. Ma quello non lo posso proprio indossare.</p>

<p>L'empatia che hai quando un cappello lo perdi e pensi a quanto scorra in maniera casuale l'ordine (il disordine) degli eventi che hai scelto di vivere affidandoli a quella filosofia che altri chiamerebbero <i>serendipity</i>. La serendipity, ecco, me l'ha insegnata Alexandro Crucianelli, cui ho voluto bene anche se avevamo visioni diametralmente opposte su un bel po' di questioni della vita, che ho perso di vista.</p>

<p>Mentre finisco di scrivere, e sono arrivato a Torino, dove ci sono almeno altre due persone cui voglio bene - parlo di loro, ma solo perché sono qui, hic et nunc - Fulvio Nebbia e Iacopo De Gregori, e sono protetto dai miei spazi, mi rendo conto che non è una vera e propria storia, questa, e che avrei potuto partire per la tangente mille e mille e mille volte. Forse è solo che mi faceva piacere scrivere di tutto questo e raccontare un po' di me, un pezzetto di vita, a chi leggerà e a me stesso, magari - sì, sì, adoro parlare di me. Ma la cosa bella è che adoro anche ascoltare degli altri -, e farlo leggere alle persone che ho ricordato in questo flusso, e anche a quelle che nel flusso non ci sono e che sarebbero nelle mille e mille e mille tangenti mentali che avrei potuto imboccare senza freno, e che magari vorranno - come anche le persone citate, chissà - raccontare un pezzetto di storia, o anche solo leggerla.</p>]]></description>
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         <category>Personale</category>
         <pubDate>Sat, 15 Nov 2008 19:03:14 +0100</pubDate>
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         <title>Poi abbiamo parlato di figa (**)</title>
         <description><![CDATA[<p>Adesso vi racconto una storia, se vi va. Una storia che riguarda me e altri, e che magari parla anche di fede. Sicuramente parla di essere bambini, di leggere e dell'amicizia. Che messa così sembra una cosa proprio roboante, ma visto che c'è questo titolo si capisce subito che si andrà a parare anche in qualcosa di leggero.</p>

<p>Adesso, insomma, vi racconto che quand'ero un bambinetto, io, che oggi qualcuno potrebbe definire un <i>mangiapreti</i> <b>(*)</b>, io che mi sono fatto sbattezzare <i>perché sì</i>, io ho letto in chiesa. Provo a sforzarmi e ricordare quale fosse il passo, ma è successo una sola volta, e non ce la faccio, con tutta la buona volontà della mia memoria a lungo termine. La chiesa era una cappella, in realtà, la cappella di <span class="caps">S.V</span>aleriano, piccola frazione di Borgone Susa, provincia di Torino. Era la cappella dove si sono sposati i miei genitori. Il loro, probabilmente, è stato l'ultimo matrimonio celebrato lì, se ben ricordo. Oggi, a parte la festa del patrono, non vi celebrano nemeno la messa, e i miei sono divorziati.</p>

<p>Ricordo che l'ho vissuta con angoscia, quella benedetta lettura. Perché a me piaceva tanto leggere. Ho imparato a leggere in età precoce - questo, badate bene, non fa di me né un genio né un iperdotato. Ma sicuramente, per una buona parte della mia vita, ha fatto di me quello che oggi potrei definire, a bocce ferme, un disadattato - perché volevo sapere come andavano a finire le storie quando lo volevo io. Questo me lo ricordo bene.<br />
Mi piaceva leggere, e mi piaceva tanto leggere ad alta voce, intonare le frasi, raccontare. </p>

<p>Quando ho letto in chiesa, mi sono avvicinato al leggio goffamente, imbottito nel mio maglione e giacca a vento che mi imbarazzavano: era questo, che mi generava angoscia. Mi imbarazzavo molto, da bambino, soprattutto quando si trattava di parlare in pubblico; è una cosa che ora non capita più, ma solo per difesa personale, è evidente. L'unico momento in cui mi sentivo forte di fronte a tutti gli altri, era il momento della lettura, perché sapevo di <i>saper leggere</i> a voce alta.</p>

<p>Quando ho letto in chiesa, è stato bello, se non altro per il silenzio che c'è in chiesa quando leggi. Ho cercato di intonare le frasi, di raccontare. All'uscita, un'amica di mia madre mi disse che era stato bello, come se avessi letto una favola. E, sì, era una favola, per me, che altro?</p>

<p>Mi piaceva persino leggere a voce alta a scuola.<br />
E quando, nella macchina che andava lentamente verso Bracciano, tutti e tre - Stefano, Federico, io - abbiamo pensato - lo so solo, che lo abbiamo pensato tutti e tre, perché ce lo siamo detti - a quando si legge ad alta voce a scuola, e devi leggere fino al punto e gli altri devono tenere il segno e cominciare dal punto, se no avrebbero rivelato di non essere attenti, be', lo abbiamo pensato perché stavo leggendo a voce alta. In macchina. </p>

<p>Con questo accento piemontese imbastardito dal ligure e forse anche dal romano - e un pochettino dal milanese, ma il milanese davvero non conta, e un pochettino dal catanese - senza che questa triplice alleanza abbia regalato alla mia lingua e alle mie labbra la capacità di emettere fonemi in dizione, leggevo l'ultimo racconto di David Foster Wallace edito in Italia. Perché quell'edizione che <a href="http://www.indignato.it/2008/10/19/uscirne_indenne.html">non ho comprato</a> de <b>La ragazza dai capelli strani</b>, me l'ha regalata <a href="http://www.noantri.net">Ste</a>, senza il bisogno di alcuna ricorrenza particolare.</p>

<p>Me l'ha regalata quella sera in cui Federico e lui stavano andando a una specie di riunione di vecchi amici dieci anni dopo - cosa che mi ha fatto ironizzare e chiedere se il sottoscritto, imbucato, dovesse recitar la parte dell'amico handicappato, o dell'artista maledetto o cos'altro, magari impegnandosi per rovinare la serata a tutti -, verso la memoria. E così, rigirando in mano quel volumetto cartonato con la faccia da bambino che mi viene quando qualcosa mi rende felice, l'ho aperto, e Stefano mi ha fatto notare <a href="http://noantri.net/2008/10/28/1962-2008/">la parentesi chiusa dietro al secondo numero</a>, lì, dove si parla abitualmente dell'autore nei libri, sul risvolto della quarta di copertina. Lì, dove per la prima volta per Wallace il tempo verbale da usare era il passato. </p>

<p>E' stato un attimo, decidere di leggere a voce alta. Rendermi conto che forse era imbarazzante, per me, per Stefano, per Federico che, poveretto, non c'entrava nulla, e poi pensare che non mi imbarazza niente e che mi piace leggere a voce alta e intonare le frasi. Leggevo per me e per loro, e per la macchina e per i fari delle altre e per la luce che dovevo tenere accesa permettendo a chissà chi di vedere qualcosa, forse, come un'istantanea scattata a tre persone. A volte andavo avanti con le dita per vedere quanto mancava, ma non avevo fretta. L'avevo già letto, Brave Persone, e l'avevo sentito leggere. Per questo sapevo come volevo leggerlo e sapevo come doveva essere ascoltato. Chissà se si avverte, la mia intonazione che cerca di intonare e di dare ritmo, ho pensato.</p>

<p>Ho pensato a molte cose, ma non mi sono accorto che l'andatura della macchina stesse variando. Anzi, devo dire che fin dalle prime righe, superando la stranezza di sentire la mia stessa voce pronunciarle, sono stato certo che la strada sarebbe stata sufficientemente lunga da permettermi di finirlo, il racconto. E poi di decompensare.</p>

<p>E ho pensato a quando leggevo tra i banchi di scuola. E ho pensato che vorrei qualcuno a cui leggere a voce alta. E ho pensato che c'era un bel silenzio in macchina e che era giusto anche il ronzio del motore e ho pensato - questo lo dico qui per la prima volta - a quella volta in cui ho letto in chiesa, perché a un certo punto il protagonista maschile di questo racconto che è un'istantanea, un flash scattato, magari una macchina che passa velocissima e vede quella finestra spazio-temporale lì, che viaggia a una velocità relativa troppo elevata per fare altro che osservare e tenertela sulla retina - persistenza retinica, si chiama il fenomeno -, a un certo punto questo benedetto Lane A. Dean Jr. che è un ipocrita e un brav'uomo, un po' come tutti, pensa a un passo della bibbia e si ricorda la citazione, perfettamente, e si ricorda anche dove stava, <i>Galati 4,16</i> e io, quel passo che ho letto allora, non sarei in grado di ritrovarlo. E' un brav'uomo ipocrita e di fede, questo Lane A. Dean Jr. E il racconto di Wallace è la memoria dilatata e ipertestuale di un'istantanea. E a me piace ancora leggere a voce alta, tant'è che nel delirio abbiamo persino pensato di organizzare un reading fra amici, una di quelle cose così snob e spocchiosa che però nella nostra testa, siccome verrebbe da <i>noi</i>, non lo sarebbe. Sarebbe solo bello. Magari una sera lo faremo sul serio, fra amici.</p>

<p>Poi, ma questo è già stato detto e non necessita di un altro punto di vista, abbiamo parlato di figa. E del fatto che forse per rovinare la serata a tutti avrei potuto presentarmi e dire alla padrona di casa, a voce alta e squadrando lei e le invitate a me sconosciute - e plagiando un amico assente, ma anche questo lo rivelo solo ora -: <i>sì, ma figa ce n'è</i>? </p>

<p><b>(*)</b> Qui ci vuole la nota. Perché dopo si parlerà anche di Wallace. E perché ho capito, finalmente, un'altra piccola questione del mio modo di ragionare e argomentare, che è figlio di questa passione insana per la comunicazione e per internet. Che ti permette di poter aprire parentesi e finestre e schede e di essere ipertestuale. Ecco, le note sono la cosa più vicina all'ipertesto che ci sia su una pagina cartacea. Ed è bello trattare un blog come se fosse di carta. Mangiapreti. Oppure anticlericale. Ma mangiapreti era più forte e colorato.<br />
<b>(**)</b> Questo post è da considerarsi come il <i>controcampo</i> di quanto scritto oggi da Stefano su Noantri, nel suo <a href="http://noantri.net/2008/10/28/1962-2008/">(1962-2008)</a>. Se dovete immaginarvi la situazione, pensate alla stessa scena (tre amici in macchina, il passeggero anteriore, Alberto, legge, Stefano guida, Federico è dietro. Alberto e Federico si conoscono poco) vista dai punti di vista del guidatore e del passeggero. Campo e controcampo, se vogliamo.</p>]]></description>
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         <category>Offline</category>
         <pubDate>Tue, 28 Oct 2008 18:42:13 +0100</pubDate>
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